Anthrax - Worship Music - Nuclear Blast Records - 2011

Giuseppe
Moretti
Miniatura
Musica

Prima cosa, doverosa: bentornati, ragazzi! Accidenti, è trascorsa un’eternità dal 2003, anno del gagliardo “We’ve Come For You All”. Ed è passata tanta acqua sotto i ponti, acqua di tutti i colori. Prima nera, con un impressionante balletto di cantanti e un album già pronto costretto a rimanere in soffitta. Poi cristallina, con le celebrazioni del Big 4 ed il ritorno in auge suggellato, ora, dal fresco “Worship Music”.

Gli Anthrax adesso sul ponte ci stanno, e ben saldi. Chi si aspettava quindi un lavoro raffazzonato o nato vecchio per le vicende di cui sopra, beh, dovrà ricredersi. Di vecchio c’è qualcosa: l’artwork di copertina clonato da “WVCFYA”, 4/5 degli effettivi – con affetto – ma soprattutto le vibrazioni old school nei solchi del disco, un bolide che viaggia lungo un ponte (aridaje) a cavallo tra “We’ve Come For You All” e quel “Persistence Of Time” con Belladonna alla sua ultima apparizione in sala prove.

Già, Belladonna e la persistenza del tempo. Il tempo per Joey sembra essersi fermato davvero all’album del 1990. Su disco infatti fa ancora una porca figura, destreggiandosi tra materiale old flavoured e groovy-oriented con eccellente disinvoltura. Ed il resto della combriccola sembra esser uscito rafforzato da vicissitudini ormai (speriamo) alle spalle.

La riprova è in una manciata di nuovi classici. “Hell On Earth” shakera vecchio e nuovo con le giuste dosi: sgroppate thrash, brevi assoli irraggiungibili, cori anthemici ma anche break new metal in cui Bush non avrebbe sfigurato. “The Devil You Know” è hard rock d’assalto dopato con un’overdose di groove. Il singolo “Fight 'Em ‘Til You Can't” è ruffiano, ma già un’irrinunciabile hit da concerto. “I'm Alive” attacca con un andamento marziale à la Rammstein, per poi dipanarsi in un mid tempo solenne ed esplodere nel corale refrain. “InThe End” è una personale “For Whom The Bell Tolls” in memoria dei defunti Dimebag Darrel e Ronnie James Dio. La prima parte è cupa: rintocchi di campane, riff squadrati, incedere greve, ritornello sentito. Nella seconda i ritmi s’innalzano e le chitarre tributano soli epici agli amici scomparsi: gli applausi posti nel commiato appaiono meritati. “Revolution Screams” conclude degnamente il platter con tonnellate di riff giganteschi, una batteria terremotante e un Belladonna esausto nel rivendicare la sua sete di rivoluzione.

I brani non citati sono controprove di rinnovata ispirazione e consolidato mestiere (“The Giant” e “The Costant” su tutte) atte a sostenere il livello complessivo dannatamente buono del lavoro. Che dire: Welcome (Back) For Us All!

Giuseppe
Moretti