Andromeda - Manifest Tyranny - Inner Wound Recordings - 2011

Giuseppe
Moretti
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Musica

Il power prog del brillante esordio “Extension of the Wish”. L’estro tortuosamente espresso su “II=I”. La diretta aggressione modernista di “Chimera”. Le tinte riflessive e angoscianti di “The Immunity Zone”. Adesso "Manifest Tyranny". In dieci anni dall’esordio discografico, gli svedesi Andromeda di carne al fuoco ne hanno messa parecchia e di vario taglio, quasi come se una band diversa suonasse su ogni release. Ma per molti la pietanza è risultata stoppacciosa. La carne non piace fredda, e freddo è l’epiteto scagliato dai detrattori nei riguardi del prog metal della band.

Il nuovo “Manifest Tyranny” sembra inconsiamente rispondere che gli Andromeda possono emanare calore e coinvolgimento pur mantenendo tecnicismi complessi e impatto a livelli di assoluta attenzione. Qui più che in altri lavori (il precedente “The Immunity Zone”) sembra che la tecnica non sia il fine ultimo, ma il medium attraverso il quale dare vita ad un multiforme concept sulla guerra. Non ci sono sbrodolate chitarristiche/tastieristiche gratuite né zone franche ove liberare l’esibizionismo strumentale dei pur mostruosi componenti della band, e l’assenza di una suite ne è ulteriore, lampante conferma.

La voce varia in timbro, stile e pathos a seconda del materiale da interpretare, passando dall’aggressività thrash della condensata opener “Preemptive Strike” al chorus arioso di “Lies 'R' Us” alla drammaturgia di una “Survival of the Richest”. La chitarra del talentuoso Johan Reinholdz eccelle per misura e flavour rockeggiante degli assoli. La sezione ritmica è perfetta tanto nel basso sempre in bella evidenza quanto in un drumming che è riduttivo definire fantasioso. Le tastiere passano da melodie calde e ariose (“Chosen by God”) ad atmosfere rigide e sintetiche con pregevole naturalezza.

Per dare dei riferimenti, gli Andromeda rientrano nel filone del prog nordeuropeo di gente come i primissimi Pain Of Salvation, gli Arena di “Contagion” o i connazionali Evergrey e Abstrakt Algebra. Dall’America, più che al duro filone neoclassico dei Symphony X o al prog metal per antonomasia dei Dream Theater, presente ma non pervasivo, sembrano ispirarsi a certe scelte melodiche degli Artension (“Lies 'R' Us”, “Stay Unaware”) e alle linee vocali neoprogressive degli Spock’s Beard “Neal Morse era” (gli intrecci e i chorus su “Stay Unaware” e  “Chosen by God”; l’andamento sussultorio di “False Flag”).

Lo spietato j’accuse di “False Flag”, con audioproclami politici posizionati in un drammatico crescendo e l’assalto chitarristico a rievocare la struttura di “The Great Debate” dei Dream Theater. La cangiante “Survival of the Richest”, con una dolorosa prima parte per piano e voce pronta a cedere il fianco a un sezione vivace in cui il cantante David Fremberg offre la sua migliore performance. Il brillante assolo rock e le dure, contorte partiture di “Asylum”. La sognante e melodica “Go Back to Sleep”. Questi i pezzi di punta di un lavoro sfaccettato ma omogeneo, un ondeggiare costante tra potenza e melodia congegnato con ispirazione e dovizia di particolari.

In un 2011 particolarmente prolifico per il prog metal, “Manifest Tyranny” si colloca, punto più punto meno, sullo stesso livello qualitativo dei lavori partoriti dai mostri sacri del genere.

Giuseppe
Moretti