Almah - Motion - AFM Records - 2011

Giuseppe
Moretti
Miniatura
Musica

Il coming out di Falaschi a pochi giorni dall’uscita di “Motion” rappresenta un'interessante chiave di lettura per analizzare il terzo lavoro degli Almah. Il cantante degli Angra, mastermind del progetto, ha annunciato una pausa forzata per guarire la sua voce, massacrata dalle tonalità altissime sostenute giocoforza nella band madre. Per chi lo ha visto dal vivo nulla di nuovo, poiché il disagio nell’interpretare live i pezzi del periodo Matos, così come quelli più impegnativi della “Nova Era”, è palese da almeno un lustro. Negli Almah Edu fa intendere di compiere il vero se stesso, ed ascoltandolo all’opera si rischia di rimanere sorpresi tanto per la versatilità del singer quanto per la buona qualità complessiva degli altri musicisti coinvolti.

Il progetto è nato da una costola del gruppo heavy metal brasiliano più noto e valevole dopo i Sepultura, quindi di Falaschi e Andreoli si conosce la pasta. Il bassista offre una prova corretta, senza sbavature né picchi d’attenzione. Il cantante si cala nei brani con la solita capacità interpretativa, mantenendosi in effetti su tonalità più basse rispetto al solito (anche se gli scream di “Zombie Dictator” o del primo singolo “Trace Of Trait” certo non contribuiscono a lenire un’ugola sofferente). A stupire è però il riffing affiatato delle due asce autoctone Barbosa-Schrober, creativo nei soli (provare per credere “Day Of The New” e “Bullets On The Altar”) quanto efficace nell’accompagnamento. Il drumming puntuale di Moreira completa una formazione di reale livello.

Rispetto a “Fragile Equality” di tre anni orsono in questo “Motion” ci sono meno power, più personalità e una produzione orientata all’heavy moderno. Le chitarre si ribassano e puntano lo sguardo al metallo fumante che conta, con insospettabili strizzate d’occhio ai Pantera: “Day Of The New” è southern al quadrato nell’unire percussioni tribali sudamericane e chitarrismo iperamplifcato di matrice sudista; “Zombie Dictator”, brano power giocato sull’alternanza tra scream e clean vocals, presenta una seconda parte zeppa di shred che non può non evocare il minore dei Darrell. 

Tra brani oscuri e compatti come “Hypnotized” e “Living And Drifting”, epifanie in sedicesimi degli Angra (le veloci quanto articolate “Soul Alight” e “Daydream Lucidity”), power-ballad (“Bullets On The Altar”) e ballad vere e proprie (chitarra e voce per “When And Why”), oltre a più o meno involontari tributi all’influente Bruce Dickinson (su tutte “Late Night In 85”, che sembra fare il verso a “Wasting Love”), viene fuori un platter vario, personale, con qualche calo ma da sette pieno.

Nonostante sia un lavoro d’impatto, richiede più di un ascolto per affiorare dalla massa di uscite dello stesso filone. Chi avesse dunque interesse a conoscere il vero Falaschi, non la sua maschera, può dunque immergersi nell’ascolto: gli Almah sono ora un'entità con l'anima, non più una mera emanazione della divinità Angra.

Giuseppe
Moretti