3 Inches Of Blood - Long Live Heavy Metal - Century Media - 2012

Giuseppe
Moretti
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Musica

I 3 INCHES OF BLOOD celebrano con convinzione crescente la loro passione per l’heavy metal dei primordi. Che si tratti di NWOBHM, di thrash o di speed, loro poco importa. Il quinto lavoro s’intitola addirittura “Long Live Heavy Metal”, non ci si può dunque non aspettare un’intelaiatura dei pezzi a dir poco arcaica. Gli ascolti ripetuti di Mercyful Fate e Judas Priest - tanto delle tentazioni da charts (il coro che accompagna “Metal Woman”) quanto del solido “Painkiller” (“Leather Lord”) sono evidenti. La ricerca dell’anthem, del riff memorabile o di virginei assoli all’unisono avviene tuttavia con un’attitudine fresca e devastante, cosicché il sound, seppur memore del passato, ne esce vigoroso, attualissimo. Cam Pipes poi, indiscutibilmente figlio bastardo di Udo e King Diamond, col suo falsetto rende le bordate dell’album ancora più maligne e taglienti.

L’album è formalmente impeccabile. Tripletta iniziale al vetriolo, diversi grandi pezzi sparsi lungo la tracklist (“Look Out”, ovvero i Maiden a velocità raddoppiata; il proto-thrash di “Leave It On The Ice”; il riff esaltante con cui si apre e si chiude l’articolata “Men Of Fortune”) e rifiniture azzeccatissime, come le passeggiate strumentali di “Chief and The Blade” e “One For The Ditch”, brevi sfuriate death e punteggiature di hammond qua e là.

C’è però un “ma” grosso come una casa a gravare sulle sorti dell’album. L’ostentazione del falsetto rende poco dinamici diversi brani, penso a “4000 Torches” o “Die For Gold (Upon The Boiling Sea IV)”. In tal senso i 3IOB avevano già esclamato “Eureka!” diverso tempo addietro: sto parlando delle doppie voci che, a tutt’oggi, decretano “Fire Up The Blades” quale loro prova più originale e varia. E’ lì che si raggiunge uno scontro spettacolare tra tradizione e modernità. Mentre apprezzi lo scream di Jamie Hopper, non vedi l’ora che si manifesti quell’assatanato di Pipes per spaventarti. E viceversa, e così lungo tutte le tredici tracce.

L’ipotesi di rimpiazzare il dipartito screamer con un’altra ugola di cartavetrata è stata liquidata con troppa leggerezza. Un vero peccato, perché ascoltando un minimo di rigenerante alternanza vocale su “Storming Juno” o "Men Of  Fortune”, il rimpianto per un lavoro che già dà parecchio, ma poteva dare molto, molto di più, cresce a dismisura.

Giuseppe
Moretti