Alien: Covenant – La deriva di un classico alla ricerca di una identità moderna

Ridley Scott, dopo Prometheus , torna a metter mano alla sua creatura più famosa in un sequel/prequel che, in cerca di una propria autonomia cinematografica moderna, ricicla molto e mantiene poco.
Miniatura
Cinema

Soprassedendo sul furbo "specchietto per le allodole" del titolo (più che un antefatto del capostipite del 1979, il film è il sequel del nefasto Prometheus), l’inizio di Alien: Covenant è molto promettente: quando l’androide David (Michael Fassbender) interroga sulla propria esistenza il padre/creatore Guy Pearce, si respira l’atmosfera inquietante di Blade Runner e un barlume di speranza si accende. Peccato che poi, nemmeno il tempo di un respiro, si passi all’ennesima astronave e al già visto pugno di stereotipati personaggi che si precipitano a rispondere a una richiesta d’aiuto (spedita sulle note di Take Me Home, Country Roads di John Denver…eh va beh…) proveniente da un pianeta sconosciuto. Espediente della canzone a parte, non originalissimo come approccio. Da qui in poi, nonostante lo sdoppiarsi di Fassbender nei panni robotici di David e Walter (sua, anzi “loro”, una delle sequenze più ambigue e imbarazzanti del film), la pellicola di Ridley Scott annaspa.
 

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum
Vero che Scott liquida velocemente tutta la vicenda degli “Ingegneri” (evoluzionisti albini che già ammorbavano e tentavano di dare un senso a Prometheus), ma non è sufficiente a sganciare il film dall’ingombrante precedente. Infatti, prima di arrivare a ripetere sé stesso, pescando le parti migliori del primo Alien e tentando di riproporle passandole per nuove, Ridley Scott reitera senza il minimo pudore molti dei difetti che rendevano Prometheus indigesto. E quindi ritroviamo l’ennesimo equipaggio disfunzionale che prende decisioni fuori da ogni logica, dando vita a situazioni che comiche non dovrebbero essere, ma che scatenano più di una risata in sala. Il tutto fra scene (mal) riciclate, soporifere chiacchiere para-filosofiche che vanno a scomodare Milton e Byron, dialoghi raggelanti per banalità e attori fuori ruolo.
Triste destino per uno dei film più terrorizzanti di fine anni ’70, eh?
 

Loving the alien
Alla luce del risultato e visto che ormai il ben più stimolante progetto alternativo di Neil Blomkamp (District 9, Humandroid) appare definitivamente abbandonato a causa del ritrovato interesse di Ridley Scott verso il “suo” alieno, sarebbe forse il caso che, come per Terminator - altro glorioso franchise in caduta libera - anche sui sequel/prequel/reboot della serie Alien calasse definitivamente un dignitoso “The End”. Purtroppo le ultime affermazioni di Scott a riguardo sembrano andare in direzione opposta e fanno gelare il sangue quanto e più dell’alieno stesso: “(…) Se volete davvero un franchise, posso mandare avanti l'ingranaggio per sei film. Non ho intenzione di fermarlo di nuovo, nel modo più assoluto”… Sigh.
 

Perché vederlo?
Il film conferma comunque l’abilità registica, perlomeno nelle scene di azione, di Ridley Scott. E l’ultima parte, che richiama in causa le atmosfere del primo Alien, riesce ancora a far trattenere il fiato.

Perché non vederlo?
Alien: Covenant è per 3/4 il sequel diretto di Prometheus, e già questo non è che sia un pregio. Va leggermente meglio l’ultima parte, che comunque non brilla di originalità, ma è davvero poca cosa su oltre due ore di durata.

 

alien
ridley scott
Alien: covenant
blade runner
sigourney weaver
recensione
alessandro bronzini
“Bronz” (a parte i genitori, a memoria d'uomo pare che nessuno l'abbia mai chiamato Alessandro) è cultore di cinema: sacro il quartetto Walter Matthau/Vincent Price/Cary Grant/Peter Sellers. Gran appassionato di musica e Dylaniano fin dalla tenera età, ritiene degni di rispetto quasi esclusivamente...