Un attore e zero spettatori: il gesto romantico di Giovanni Mongiano

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Teatro

Un teatro vuoto, una scena allestita, le luci puntate. In gergo teatrale un «forno» è la sala semideserta che annuncia un incasso povero. E a volte capita, neppure troppo raramente, che in un giorno sfortunato la recita venga annullata per scarsità di pubblico.

Gallarate sabato sera è successo altro. Giovanni Mongiano, attore torinese con quasi cinquant’anni di carriera, ha deciso di fare il suo spettacolo Improvvisazioni di un attore che legge davanti alla sala completamente vuota. Un atto di ribellione romantica? Un segno d’amore e di responsabilità verso il teatro? Certamente un gesto di forte valore simbolico, in un’epoca in cui – fra talent show e social network – ci raccontiamo che l’arte ha bisogno dell’applauso immediato.

Signor Mongiano, com’è andata?
Beh, fino a un certo punto come tutte le sere: siamo arrivati nel pomeriggio, abbiamo montato le scenografie, abbiamo fatto le prove tecniche, insomma quello che si fa prima di uno spettacolo. Alle otto mi sono ritirato per fare riscaldamento della voce e di esercizi fisici – lo spettacolo mi richiede una certa fatica fisica – e poi mi sono cambiato. A cinque minuti dall’orario d’inizio è venuta come al solito la mia collaboratrice a fasciarmi le mani.

E le ha riferito la situazione in sala.
Mi ha detto: «Guarda che non c’è nessuno». «Ma nessuno quanti – le ho chiesto io, – Dieci? Venti?». «No, proprio zero».

Una doccia fredda.
Eh. La cassiera, che era il personale in teatro assieme a un tecnico, ci ha detto che potevamo prendere la roba e rientrare. No, no, ho pensato. Io recito.

Ed è salito sul palco.
Certo. Tenga presente che è uno spettacolo che faccio da anni, e so a memoria i punti in cui il pubblico ride, applaude, si commuove. Ci sono anche dei momenti in cui, da copione, mi rivolgo al pubblico. E vabbè, sabato sera l’interazione è mancata. Ma la mia collaboratrice mi ha fatto i complimenti.

Un teatro senza spettatori è un po’ un paradosso.
Oggi è importante far innamorare il pubblico ad un luogo teatrale, alle sue proposte, ai suoi progetti. Non voglio criticare quello che è successo, il mio è un ragionamento più generale sul teatro di oggi. Io dirigo il Teatro Viotti a Fontanetto Po, in provincia di Vercelli, un bel teatro liberty da duecentotrenta posti. Svolgiamo da alcuni anni un lavoro capillare sul territorio, portiamo la gente a teatro e facciamo sempre il tutto esaurito.

Che tipo di teatro ospitate?
Cerchiamo di fare un lavoro di qualità. Non solo nomi “importanti”, ma anche compagnie meno famose, purché di qualità. Il pubblico arriva da tutta la provincia.

Perché il teatro non è fatto solo dai “nomi”.
Io non sono un nome “importante”; magari sono conosciuto in ambito teatrale, dove lavoro da tanti anni. Ma se il teatro dovesse inseguire solo i “nomi” sarebbe davvero molto triste.

Autore
Appassionato e studioso di teatro, scrive su teatro.it dal 2006 interessandosi soprattutto al teatro contemporaneo e alle scritture del presente. Autore di libretti d’opera, ha frequentato la Scuola Nazionale d’Improvvisazione Teatrale formandosi con alcuni dei più importanti maestri della scena...