Teatro

Teatro e carcere: la risposta a un bisogno

Lo scrisse Claudio Meldolesi, storico delle arti sceniche: “E’ immaginazione contro emarginazione, possibilità infinita contro impossibilità”. L’Italia, in questo settore, è una best practice. E la Costituzione ne appoggia lo spirito e il lavoro.

Vito Minoia
Vito Minoia © Teatro.it

Ne parliamo con Vito Minoia, Presidente del Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere, studioso e docente in discipline pedagogiche e dello spettacolo all’Università di Urbino. Una costante e instancabile pratica di teatro di interazione sociale nel settore educativo e in quelli della disabilità, del carcere, del disagio psichico. Con una figura d’eccezione come guida e ispiratore: Antonio Gramsci.


Qual è il primo effetto tangibile del portare il teatro in carcere?

Il teatro può davvero diventare uno strumento educativo: si mette in relazione il “dentro” e il “fuori” per strappare il detenuto alla monotonia della vita carceraria e instaurare un rapporto diretto. Il teatro diventa quindi un’attività generativa che utilizza tecniche di tipo relazionale per ampliare le comunicazioni e le possibilità di confronto. Il teatro non rientra negli argini ristretti del palcoscenico, ma dà sostanza alle emozioni, sperimenta il corpo e i suoi poteri, supera limiti, mette in scena sogni, incubi, speranze e desideri.

L’anno scorso il suo intervento al 35° Congresso internazionale dell’International Theatre Institute dell’UNESCO a Segovia ha destato molto interesse. Quali i punti salienti?
Il punto nodale è la forza educativo-inclusiva del Teatro in Carcere: ho illustrato il lavoro del Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere italiano, fondato nel 2011 e che coinvolge oggi 44 esperienze di 15 Regioni italiane differenti. D’intesa con il Ministero della Giustizia, il Coordinamento ha infatti dato vita a un Protocollo d’Intesa per lo studio, lo sviluppo di ricerche e iniziative per la Promozione del Teatro in Carcere in Italia. Tra le diverse iniziative promosse abbiamo la Rassegna Nazionale “Destini Incrociati”, che ogni anno consente a decine di operatori e migliaia di spettatori di entrare in contatto con questa particolare forma di teatro. L’evento, sostenuto negli ultimi tre anni dal Ministero dei Beni e Attività Culturali e del Turismo (Direzione Generale dello Spettacolo), dopo aver toccato Firenze, è stato organizzato anche a Pesaro, Genova e Roma. Nel 2018 prevediamo due significative iniziative, in Toscana e in Sicilia e stiamo già guardando al Piemonte per il 2019.



L’esperienza italiana del teatro in carcere è stata definita “da prendere come esempio e da diffondere su larga scala”: in cosa ci distinguiamo?
Sicuramente l’alto livello qualitativo etico ed estetico di tantissime esperienze significative. Si tratta di un nutrito gruppo di buone pratiche, grazie al convinto lavoro di seri ed appassionati professionisti (registi, attori, operatori dello spettacolo) che si avvicinano al carcere con dedizione e profondo rispetto delle dinamiche complesse che il loro intervento genera. Esempio più che tangibile è il dato sulla recidiva che si riduce dal 65% al 6% in chi pratica esperienze teatrali in carcere. E poi abbiamo la capacità di costruire una rete tra esperienze, con la voglia di crescere e apportare un contributo al positivo cambiamento sociale e istituzionale. A Segovia i delegati finlandesi, canadesi, svedesi, filippini mi hanno subito proposto di collegarci e di usare le best-practices italiane. Ed è una grande soddisfazione.

Se l’Italia, soprattutto grazie al suo contributo, è un esempio sul tema, cosa succede invece negli altri paesi del mondo?
A riguardo abbiamo dato vita a un nuovo magazine abbinato alla rivista Catarsi-Teatri delle diversità, chiamato CERCARE, carcere anagramma di.  Si tratta di uno strumento conoscitivo che intende documentare ed esplorare il teatro in carcere a livello internazionale. Attraverso i convegni su “I Teatri delle diversità” stiamo cercando di approfondire le conoscenze sul fenomeno su scala mondiale.
Dopo i primi focus su Stati Uniti e America Latina, nel 2017 abbiamo dato vita al Premio Internazionale Gramsci per il Teatro in Carcere e, grazie a una Giuria presieduta da Giulio Baffi (Presidente dell’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro), stiamo assegnando riconoscimenti a esperienze che si distinguono proprio per alta artisticità e positività.
Due esempi: in Cile, Jaqueline Romeau ha sviluppato un laboratorio e uno spettacolo teatrale con i parenti di detenuti vittime di un grande incendio nella più grande prigione della capitale cilena, contribuendo a promuovere un lavoro di ricomposizione sociale dopo il grande dramma vissuto.
Poi, nel carcere di Beirut – dove le condizioni disumane sono sfociate in varie rivolte dei detenuti - la giovane regista libanese Zeina Daccache sta promuovendo iniziative a favore di un teatro che abbina alla cura anche  il cambiamento politico per il superamento di un sistema carcerario fondato prevalentemente sull’aspetto della sicurezza.



Un grande evento si è tenuto lo scorso 27 marzo per la Giornata Mondiale del Teatro. Com’è nata l’idea? E nel 2018?
Si tratta della Giornata Nazionale del Teatro in Carcere: hanno aderito 54 istituti penitenziari e 42 altre istituzioni, organizzando un Cartellone di 99 iniziative in 17 Regioni differenti. Ho promosso l’idea coinvolgendo i colleghi del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere e in queste quattro edizioni (cinque con il 2018 - presto pubblicheremo tutte le informazioni sul sito www.teatrocarcere.it), la Giornata Nazionale di teatro in Carcere è diventata una gran bella iniziativa che spinge sull’importante azione delle relazioni tra carcere e territorio: gli spettatori esterni entrano in carcere e condividono con i detenuti tutta la forza simbolica del teatro come segno di civiltà e solidarietà. Poi ci sono le difficoltà, certo: dove non c’è “pratica”, non si riescono a ottenere autorizzazioni per l’ingresso del pubblico esterno. Ma c’è da dire che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ci sta aiutando molto in questa direzione e siamo riusciti anche a promuovere delle iniziative di formazione e sensibilizzazione rivolte al personale penitenziario.

Lei lavora nelle carceri da 30 anni: in questa – possiamo chiamarla missione - da chi arriva il maggior supporto?
Lo dice già a chiare lettere l’articolo 27 della Costituzione italiana: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, parole che profilano la pena come processo rieducativo e non solo punitivo. Ma la realtà è diversa: le condizioni di vita nelle carceri sono complicate dalla mancanza di strutture adeguate, spazi, attività lavorative formative e di crescita individuale della persona. Ad aprire decisamente al teatro le porte del carcere è stata nel 1986 la Legge Gozzini, che ha voluto percorrere la strada della rieducazione, e ha guardato alle arti sceniche e alle sue potenzialità formative. Non disperiamo in futuri sviluppi positivi perché siamo consapevoli che la trasformazione delle pratiche richiederà del tempo. L’obiettivo rimane quello di tutelare la continuità e la qualità delle esperienze attraverso un attento e adeguato sostegno (e lo stanziamento di risorse necessarie).

 

Fabienne Agliardi

  DIRETTORE EDITORIALE

Direttore Editoriale Teatro.it ...

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