Raccontare storie, tra drammaturgia e personaggi teatrali: intervista ad Emanuele Aldrovandi

Cosa significa essere drammaturgo oggi? E c'è davvero un rinnovato interesse per la drammaturgia nel teatro più recente? A partire da "Qualcosa a cui pensare", parliamo di questo ruolo nei teatri con Emanuele Aldrovandi, giovane drammaturgo che si divide tra Reggio Emilia e Milano...
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Teatro

Nato a Reggio Emilia nel 1985, Emanuele Aldrovandi è un giovane drammaturgo e autore, laureato in Lettere e Filosofia e formatosi come autore alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano.
Ha scritto vari testi e adattamenti, ricevendo alcuni importanti riconoscimenti, fra cui, elencando solo i più recenti, il Premio Hystrio Scritture di Scena 2015 con Farfalle, il Premio Riccione “Tondelli” 2013 con Homicide House, il Premio Fersen 2013 con Il generale. Lavora da anni con il Centro Teatrale MaMiMò, collabora con altri artisti e compagnie; è stato selezionato dal bando “Racconti di guerra e di pace” del Teatro Stabile del Veneto, e con Scusate se non siamo morti in mare è stato finalista al Premio Scenario e al Premio Riccione.

L’abbiamo raggiunto durante una passeggiata in bicicletta, dopo le due repliche sul palcoscenico del Piccolo Teatro del suo testo Qualcosa a cui pensare, per una chiacchierata sul ruolo del drammaturgo e su come nasca e raggiunga la scena un testo teatrale.

Come ti sei avvicinato alla scrittura teatrale?
Ho sempre scritto dialoghi: al liceo trascrivevo quelli dei miei compagni di classe, ma li usavo come base narrativa, non pensavo al teatro; poi quando ho scoperto la scrittura teatrale, ho capito che poteva essere la mia strada. È chiaro che essendo una scrittura legata alla scena ho scelto di fare l’Accademia Teatrale (la Paolo Grassi a Milano), ma il mio punto di partenza è da autore, non da attore o regista, e non escludo l’approdo ad altre forme di scrittura.

Com’è il lavoro di drammaturgo freelance in Italia?
È un lavoro che di fatto non esiste! Al di là delle battute da commercialista, è proprio il ruolo che manca, nel sistema teatrale italiano. Un sistema che sta cambiando, ma che ancora non ha degli spazi specifici per la drammaturgia: io ho la fortuna di lavorare con continuità con alcune compagnie, ma il problema è che non ci sono - nei teatri - comitati di lettura che scelgano testi da mettere in scena, e poi costruiscano le produzioni a partire da quel testo. In Italia un drammaturgo può scrivere testi che vengono commissionati, oppure proporsi ai Premi dedicati, ma non è detto che poi il testo raggiunga la scena, e comunque successivamente ciascuno deve trovare una propria via. Eppure percepisco un interesse nella drammaturgia sempre più forte negli ultimi anni, e credo che un cambiamento nel sistema teatrale italiano possa pian piano avvenire.

Qual è il lavoro con le compagnie? Segui il regista come un falco o lo lasci andare una volta scritto?
Ho imparato a fare il drammaturgo "estinto", con divertimento. Intendo dire che una volta consegnato il testo, ci lavoro con la compagnia e il regista ma solo fino a un certo punto, poi so che mi devo fidare e lasciare a loro il lavoro in scena. Non è utile che l’autore sia geloso del testo, ogni messa in scena è appannaggio del regista e come tale ognuna è diversa dall'altra; certo c’è il rischio che il pubblico identifichi il testo con quello che vede in scena, e poi non lo vada a leggere!
A volte invece i testi nascono in collaborazione con un regista, una maieutica che aiuta il testo a diventare quello che è.

Facciamo un esempio pratico, a partire dal testo andato in scena lo scorso mese al Piccolo Teatro: come nasce “Qualcosa a cui pensare”?
Nasce nel 2011-2012 come romanzo in forma di dialogo. Poi l’ho fatto leggere a Vittorio Borsari, che mi ha spinto a pensare a una versione teatrale. Insieme abbiamo scelto delle scene – in realtà lo spettacolo è la metà del romanzo – e le abbiamo adattate; tre anni dopo è nato lo spettacolo, che nell’ultimo anno e mezzo ha girato molto, anche grazie al grande lavoro di palcoscenico fatto da attori e regista.

È stato definito “il ritratto di una generazione”…
In realtà mentre lo scrivevo non c’era questo intento. Volevo raccontare la condizione di uno studente che non sa cosa fare nella vita e come immaginarsi, una condizione che in un certo senso condividevo e che ho cucito addosso a personaggi immaginari. Il fatto che sia stato definito “ritratto generazionale” mi fa piacere, ma non credo ai ritratti generazionali “pensati”, perché troppo spesso hanno un piglio giudicante; io credo nel raccontare una storia, che poi può diventare simbolo di altro.

Prossimi progetti?
Molti per fortuna! Cercherò di non dimenticarne nemmeno uno: con MaMiMò ha debuttato Nessuna pietà per l’arbitro, mentre sono prossimi al debutto Isabel Green, monologo scritto per l’ATIR, e Il libro di Giobbe, adattamento del testo della Bibbia scritto con Pietro Babina e prodotto da ERT. In scena anche una mia traduzione di Tamburi della notte per il saggio dell’Accademia dei Filodrammatici di Milano, con la regia di Frongia. E poi sarà in tournée l’anno prossimo Il Generale, un vecchio testo del 2010.

In molti artisti cercano di dare una definizione (se così si può chiamare) personale di teatro. Qual è la tua?
È una domanda che mi faccio da quando ho iniziato a scrivere testi, e che mi faccio ogni volta che finisco di scriverne uno. E ogni volta mi do una risposta diversa. Quindi temo che quando avrò una risposta definitiva smetterò di scrivere.  

 

La locandina di "Qualcosa a cui pensare"
Una foto da "Homicide House"
Laureata in "Storia del Teatro e della Performance Contemporanei" (e precedentemente in "Teoria e Tecniche del Giornalismo" con una tesi sul futuro della critica di danza), mi occupo soprattutto di danza e teatro, senza dimenticare il primo amore per la letteratura.