Teatro

Oblivion, l’intervista doppia a Davide Calabrese e Lorenzo Scuda

Aneddoti di tournée per gli autori e protagonisti dello spettacolo Far finta di essere G…, il loro personale omaggio a Giorgio Gaber. Come quella volta alla Sagra della Patata…

Davide Calabrese e Lorenzo Scuda
Davide Calabrese e Lorenzo Scuda © Teatro.it

Il gruppo comico musicale-teatrale degli Oblivion rende omaggio a Giorgio Gaber con lo spettacolo “Far finta di essere G”, riscrittura scenica del lavoro di Giorgio Gaber e Sandro Luporini realizzata da Davide Calabrese e Lorenzo Scuda.

Il vostro spettacolo si chiama “Far finta di essere G…” quindi per l’occasione sarete anche voi rinominati D. e L.. Partiamo con la prima domanda per D. Quanto esercizio e dedizione ci vuole per ottenere una mobilità così grande del sopracciglio destro?
D. - L’utilizzo e l’isolamento del sopracciglio destro è stato da me studiato a partire dal 1991. Provavo di fronte allo specchio e, testimoni i miei genitori, ho fermato l’altro sopracciglio con lo scotch in modo tale da allenare solo il destro. Per alzare il sopracciglio bisogna avere un’ottima mobilita facciale e bisogna stare attenti anche ai muscoli della mandibola. È tutto legato insomma.

La prima domanda per L. invece è questa: Vorrei sapere se la chitarra è diventata col tempo una protesi, un’estensione, del tuo corpo o se riesci a staccartene ogni tanto.
L. - Mi piacerebbe diventasse una protesi del mio corpo; negli spettacoli degli Oblivion dove faccio solo l’attore e non mi fanno suonare soffro molto e sento che la chitarra mi manca. Ecco, potrebbe essere un obiettivo per il futuro: in un futuro di mutanti mi piacerebbe avere questo terzo braccio in più come parte integrante del corpo.

Domanda per tutti e due: Chi ha scelto le camicie che portate in scena? D. e L. - Fabio!
D. - Fabio è il terzo Oblivion, lo stilista del gruppo. Ha scelto le camicie e il colore dell’incarnato.
L. - Il mio incarnato è sbagliatissimo, la signora della profumeria Limoni di Genova me ne ha dato uno che proprio non mi soddisfa.
D. - Devo dire che ieri se ne discuteva e si diceva che l’incarnato di Lorenzo è un po’ troppo chiaro. E con le luci del palcoscenico pare uscito da The Walking Dead!
L. - Praticamente il mio incarnato sul pantone è solo un grado sopra al color pierrot.

Ora entriamo nel vivo dello spettacolo. “Far finta di essere G…” nasce nel lontano 2004 come recital. Cosa vi portate dietro da quella prima versione e cosa è diventato oggi questo spettacolo?
D. - Quanti brani sono rimasti dalla prima versione? Forse Destra-sinistra e poco più. Lo spettacolo del 2004 era fatto da due ragazzi 25enni che avevano voglia di prendere per il culo tutti e tutto quello che avevano sotto mano, soprattutto quei fastidiosi omaggi che prolificavano in quegli anni.
L. - Anche perché Giorgio Gaber era morto da appena un anno per cui molti cercavano di calcare l’onda, essendo diventato un business molto richiesto.
D. - Alcuni omaggi erano ben fatti ma tanti altri erano vere operazioni di sciacallaggio. Sembrava inoltre si dovesse piangere per forza. Quindi, quella volta, abbiamo preso il materiale di Giorgio Gaber con l’intento preciso di renderlo un po’ spensierato anche, devo dire, con un po’ di spocchia di gioventù.
A 13 anni di distanza, oggi che abbiamo un’altra età, non vogliamo lo stesso far piangere nessuno, lo spettacolo infatti non lavora sul drammatico, casomai sul grottesco e tenta di dare un’altra interpretazione rispetto a quella che forse era la stessa lettura di Giorgio Gaber.

C’è qualcosa che vi accomuna fisicamente, psicologicamente o artisticamente a G.?
L. - Gaber suonava la chitarra e la suono anche io… forse ti direi anche il naso importante anche se il suo era di certo più importante del mio. Ho avuto la sfortuna di non conoscerlo personalmente né di vederlo mai dal vivo per cui l’ho conosciuto grazie ai suoi video, audio, e dai libri. Ho letto tanto su di lui, ad esempio che era un tipo ossessivo che si focalizzava sul dettaglio, era un grande lavoratore.
Sandro Luporini racconta che tutte le estati Gaber andava a trovarlo per lavorare e scrivere insieme, ebbene il primo mese lo passava a buttarlo giù dal letto! Luporini era quello un po’ più pigro dei due. In questa sfaccettatura di Gaber mi ci riconosco perché sono piuttosto attivo, ho molta voglia di fare. Poi lui cercava di liberare il suo lato animale sul palco che è un bell’obiettivo da raggiungere per me.
D. - Lui era magro e alto, ho avuto la fortuna di vederlo dal vivo e devo dire che penso di non aver niente che mi accomuni a lui, neppure il colore dei capelli! Mi accomunano invece le origini triestine. Lui si chiamava Gaberščik, la sua famiglia era originaria di Trieste ed io sono nato a Trieste.

Avete qualche aneddoto da raccontare che riguardi le repliche di Far finta di essere G? Qualcosa di particolare successa durante le repliche in questi anni?
L. - Una volta arrivammo a Reggio Calabria e non c’era nessun in teatro. Allora siamo andati a cercare pubblico sul lungomare e siamo riusciti a portare dentro una ventina di persone.
D. - Che data triste. Poi quella volta della Sagra della Patata…
L. - Ah si bellissima! Anni dopo a Bollate, eravamo in un grande capannone dove si mangiavano solo patate in tutte le sue versioni e noi eravamo lì, non si sa perché, a fare il nostro omaggio a Giorgio Gaber. Siamo saliti sul palco iniziando a cantare “E’ nato su un prato un fiore colorato…” - allora iniziava così lo spettacolo - e dai tavoli hanno risposto “e chi è nato in gennaio si alzi si alzi!” ed è l’ultima cosa che hanno sentito anche perché avevamo due casse del computer in mezzo al caos della sagra. La cosa più tragica e vergognosa di quella sagra è stata che tutti i piatti a base di patata non erano neppure buoni!
D. - Tra l’altro in quella data c’era con noi un fonico, Beppe Pellicciari, che lavora per la Michelin come assaggiatore di patate. Lui mangia solo patate e quella volta lo abbiamo portato via veramente abbacchiato!

Ultima domanda a bruciapelo: ora che avete fatto finta di essere G., state pensando di fare finta di essere qualcun altro?
D. e L. - No!
D. - L’epoca degli omaggi è finita, abbiamo già fatto finta di essere G., di essere Mina, di essere il Quartetto Cetra, non abbiamo voglia di omaggiare più nessuno.
L. - Non che non ci piaccia omaggiare Gaber o altri grandi personaggi ma queste cose devono essere limitate nel tempo, non puoi costruire il tuo percorso parassitando qualcun altro, devi fare la tua strada.

 

Valentina Dall'Ara

Autore:

Valentina Dall'Ara

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