Il ritorno di “Drive In”: dalla TV al teatro

“Drive In? Era come l’attuale YouTube”, ci racconta Gianfranco D’Angelo, anima indiscussa della trasmissione cult degli anni ’80. Ora, a distanza di oltre trent’anni, è tempo di Reunion. Operazione nostalgia? Pare di no. Non fosse altro per il mezzo: il palcoscenico anziché il piccolo schermo.
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Teatro

Drive In è l’unico programma per cui vale la pena di avere la TV, disse Federico Fellini. Di anni ne sono passati parecchi e la TV è cambiata, ma Gianfranco D’Angelo & company restano una pietra miliare nella memoria di chi Drive In l’ha visto, vissuto e rimpianto.
Lo spettacolo, ideato dall’Associazione Artisti Italiani Uniti in collaborazione con Rock Concerti, Ros Group e Gypsy Musical Academy, vede la regia di Claudio Viola e Carlo Pistarino.

E’ proprio D’Angelo che in questa intervista ci racconta il dietro le quinte di oggi e di allora, con qualche rivelazione sul mitico Has Fidanken, il canide che, con la sua abilità recitativa ed espressiva, ha aperto la strada ai tanti tronisti odierni. Tutte le date della tournée qui: www.driveinreunion.com.
 

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Gianfranco D'Angelo




 

Una Reunion a teatro e non in TV. Perché?
L’idea è di Sergio Vastano. Ci siamo incontrati due anni fa durante una serata, eravamo io, lui e Beruschi.  L’ha buttata lì: “Perché non facciamo uno spettacolo del Drive In tutti insieme?”. La verità è che ripescare “quella” TV secondo me non va bene: Drive In appartiene agli anni 80, quando la RAI faceva varietà vecchi e noi invece eravamo innovativi. Nel frattempo in TV sono successe tante cose… però non è detto che magari dal palcoscenico non si possa pensare di declinare questo spettacolo per il piccolo schermo, magari in una serata speciale. In fondo questo progetto e la tournée sono nati con l’appoggio e il patrocinio di Antonio Ricci, l’ideatore della trasmissione.

Pistarino, Vastano, Gaspare, la coppia Beruschi e Fumero, Tinì Cansino… Tanti i nomi, ma non c’è Ezio Greggio.
Non glielo abbiamo chiesto, e senza dietrologia: con Ezio siamo amicissimi, ma lo conosco bene e non avrebbe potuto partecipare. Ha preso altre strade, fa tante cose: Striscia la Notizia, cinema, TV, è anche un imprenditore. Per fare una tournée teatrale bisogna avere il tempo libero che lui sicuramente non ha.

Com’è tornare a lavorare insieme? In cosa siete cambiati?
Ai tempi andavamo d’accordissimo: mai una lite, mai una discussione. Il successo di Drive In è dovuto anche a questo, alla serenità con la quale si lavorava.  Certo, non è facile mettere insieme le persone dopo tanto tempo, eppure quell’armonia c’è ancora. Quello che è cambiato sono gli anni: lavorare 8-9 ore al giorno è più faticoso, ma ci prendiamo in giro, ci diciamo: “Ma sembri Matusalemme!”, oppure “Ecco il gruppo di Villa Arzilla!”.

Come al Derby, anche il Drive In è stata un'officina che ha sfornato un'intera generazione di talenti. Erano già dei campioni o lo sono diventati grazie alle idee che sono nate in quell' esperienza?
Mah, bella domanda. Qualcuno, certo, aveva già un certo successo; io per esempio ero già molto noto, ma sicuramente Drive In ci ha consolidato e ha lanciato chi talento ne aveva. Basti pensare a Faletti, che ai tempi era abbastanza giovane, ma anche Pistarino, Braschi e i Trettré, che allora avevano fatto poco ma che grazie alla trasmissione hanno potuto mettere in luce il loro talento.

Lei, in particolare, ha lanciato delle battute storiche. Cosa si prova nel sentirle ripetere come tormentone, anche dopo trent’anni?
Una gioia immensa, perché vuol dire aver detto o fatto qualcosa che è stata gradita dal pubblico, che sei riuscito a interessarlo. Ancora oggi, è vero, mi fermano e mi fanno il gesto di “Has Fidanken!”

A proposito di Has Fidanken. A vent'anni dalla scomparsa, una domanda che tutti si pongono sul cocker più famoso dopo Joe: ma il cane era sedato? Ce lo dica, al limite insorgono gli animalisti.
(Ride, ndr). No, assolutamente no! Il cane era di un mio amico napoletano, un colonnello dei paracadutisti, Peppino. Quando facevamo lo sketch, il cane stava sempre buono ma poi, appena finito di girare, si metteva a correre come un matto per tutto lo studio. Il segreto c’era eccome: il mio amico si metteva di fronte a lui accanto alla telecamera, il cane lo guardava ed evidentemente si tranquillizzava. Poi appena finito, il mio amico gli dava un premietto, un biscotto di cui il nostro Has era golosissimo.

Come descriverebbe Drive In a un giovane che non l’ha mai visto?
Un varietà moderno, contraddistinto dal ritmo. Nel Drive In ogni sketch non doveva durare più di 2 minuti, altrimenti si rifaceva. I monologhi erano velocissimi, le gag erano visive, tra l’altro una cosa mai fatta in Italia. Era un insieme di trovate molto ritmate, sintetiche… e se a uno non piaceva una cosa, trovava altro. C’era davvero varietà.

Un po’ come i video su YouTube, no?
Sì, esatto: anche oggi un video che dura più di due minuti ti annoia, ti stanca. E se quello che vedi non ti piace, nel contenitore trovi sicuramente qualcos’altro di più adatto ai tuoi gusti.

 

Direttore Editoriale Teatro.it