Giuseppe Cederna: 'A teatro racconto la mia vita'

In costume di scena, poco prima che si alzi il sipario, Cederna racconta a Teatro.it gli esordi da clown in piazza Navona e il primo Mozart di trent'anni fa. Poi Marrakech Express e Mediterraneo, il regalo della vita con un gruppo di grandi amici.
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A causa di un ingorgo stradale (lo stesso, scopriamo poi), arriviamo entrambi tardi all’appuntamento al Teatro Franco Parenti di Milano, dove sta per andare in scena con il suo nuovo spettacolo Mozart, ritratto di un genio. Manca poco all’apertura del sipario, ma Cederna, gentilissimo, non rimanda l’intervista e ha l'idea di farla in costume di scena, fin quando parlando dell’Inter, viene chiamato perché il pubblico è già seduto in sala e si deve iniziare.

Attore di cinema e di teatro e anche scrittore. Ora va in scena con la sua nuova opera su Mozart. Ci racconta la genesi?
Nella vita delle persone normali, succedono delle cose strane, ma succedono anche nella vita degli attori. Esattamente trent’anni fa, poco prima che compissi 30 anni, sono stato scelto per fare Amadeus in un grande spettacolo. In quell'occasione feci Mozart con i miei capelli lunghi: un Mozart sboccato che aveva colpito il pubblico di tutta l'Italia. In questo mio spettacolo racconto che ho debuttato in Piazza Navona: ero poco più di un clown quando ho fatto Amadeus. Dopo questa grande parentesi di teatro con Orsini mi hanno preso per il primo film importante della mia carriera: Marrakech Express. Era il 1987. Poi c'è stato Italia Germania 4-3 e poi Mediterraneo, ma ho anche continuato a fare teatro, a raccontare storie sulla prima guerra mondiale, sui miei pellegrinaggi in India. Ho cercato sempre di raccontare la storia di me stesso: attraverso le storie raccontavo quello che mi succedeva nella vita. La stessa cosa mi è successa adesso, quando, esattamente 30 anni dopo Amadeus, Mozart è tornato a trovarmi: mi è stato chiesto di riprendere in mano la biografia di un grande scrittore tedesco, Wolfgang Hildesheimer, e invece di farne una lettura è venuto fuori uno spettacolo che ho scritto è che ho messo in scena.

'Mozart, ritratto di un genio'. Che spettacolo è?
La cosa curiosa è che per quest'anno si intitola Mozart, ritratto di un genio. Nel 2018 cambierà nome: si intitolerà Mozart, il sogno di un clown, perché abbiamo capito che questo spettacolo è la storia di un attore che combatte con Mozart e che 30 anni dopo cerca di rimetterlo in scena e scrive un'altra storia. Il Mozart-Giuseppe Cederna attore piano piano si vestirà e diventerà il vero Mozart fino al momento della sua morte. Vedrà la bellezza della vita attraverso gli occhi e la musica di Mozart, insieme a un grandissimo pianista, Sandro D'Onofrio, artista classico mozartiano che recita una parte parallela. Ci sono due registi perché questo spettacolo è una sfida: raccontare un clown degli anni 70 che poi diventa un attore che poi diventa un genio. Ruggero Cara mi ha spinto, mi ha stimolato, mi ha sfidato a entrare in questa scena come in un gioco, come faceva Mozart con la sua vita. Elisabeth Boeke, la seconda regista, si è concentrata sulla parte musicale.

Quindi il genio deriva dal cercare di trovare se stessi?
Il genio, come dice Hildesheimer, è un enigma e un miracolo. Quando noi vediamo un genio o ascoltiamo questa musica straordinaria ci chiediamo da dove venga. Mozart è venuto in questo mondo ed è stato trattato malissimo, perché il genio è insopportabile. Era un mistero anche per se stesso: non era capace di vedersi, nella vita reale fu colui che non si rivelò mai. Non era interessato alla sua anima. Quello che mi colpisce è: perché sono tornato a fare Mozart? Forse lo ringrazio perché mi ha permesso di tornare a fare il clown: infantile, serio e disequilibrato come era lui. Nel monologo finale lui è solo: sta morendo, non ha i soldi per vivere. Eppure lui ricorda e racconta tutto quello che gli piaceva. Ricorda la vita. Non si è mai lamentato. Forse è un piccolo miracolo anche questo spettacolo.

Quanto conta, per lei, l'ironia?
Prendersi in giro e saper ridere di se stessi è fondamentale. Purtroppo spesso noi attori ce lo dimentichiamo, perché appena abbiamo un po' di successo, l'ego comincia a gonfiarsi. Mozart non si è mai preso sul serio: si mette le parrucche, ride di sé. Questo spettacolo mi permette di essere infantile come realmente sono.

In tutta la carriera ha interpretato personaggi che avevano delle incertezze, trascinati dalla corrente, ma sempre molto sinceri...
E' vero, ma erano personaggi che poi imparavano da quello che succedeva e cambiavano molto. Nei film più noti c'era sempre uno sviluppo del personaggio. La fisicità, la presa in giro, la leggerezza e la profondità sono sempre stati presenti. Il pubblico si è spesso identificato: si sente parte delle storie che ho vissuto e che ho raccontato. C'è posto anche per lui nelle storie che racconto.

Come compagni di viaggio ha avuto Abatantuono, Bentivoglio, Bisio e tanti altri. Sono solo dei colleghi?
Siamo amici, anche se ci vediamo poco, anche perché poi le strade si dividono. Il teatro, ma soprattutto il cinema, è abbastanza crudele, perché per un periodo si sta insieme come una famiglia e si condivide tutto e poi magari per qualche anno non ci si vede più. Questo all'inizio mi rattristava moltissimo. Ma con alcuni di loro, ad esempio con Diego e con Fabrizio, non ci vediamo quasi mai, ma sento una grande amicizia. Basta poco per ritornare vicini. E poi ci stimiamo, anche a distanza.

Un film come 'Mediterraneo' potrebbe essere riproposto, magari in versione teatrale?
No, Mediterraneo è un piccolo miracolo che non si può ripetere e per fortuna non ci è mai venuta l'idea di farlo. Mediterraneo è anche quel luogo, quell'età, il vento, la Grecia. E io, da quel film, ogni anno torno in Grecia. Un po' in quell'isola, un po' in altre, Se un'estate non riesco ad andare mi sembra di aver vissuto poco. Mi manca, è un richiamo. Come lo sente il pubblico lo sento anch'io. Una volta pensavo: "Sì, ho fatto Mediterraneo, ma ho fatto anche altro...". Adesso ho capito che devo essere davvero grato a quel film: è stato così generoso con me che lo considero il regalo della vita.

Suo nonno Giulio è stato uno dei fondatori del Milan, la zia Camilla è stata una famosa scrittrice, suo papà Antonio è stato un parlamentare e un ambientalista, lei ha vinto un Oscar: nella sua famiglia c'è almeno un impiegato di banca?
Beh, in questa famiglia c'è stato un clown. Immaginate cosa voleva dire negli anni 70 da una famiglia di intellettuali e scrittori impegnati scegliere di debuttare a Piazza Navona! Devo dire che adesso sono anche fiero di questa rottura. Certo, poi un attore deve studiare, è un lavoro difficile e duro. E devo dire che la mia famiglia, passato lo shock iniziale, mi ha incoraggiato e aiutato. Ha cercato di capire che questa era una strada per esprimere al meglio me stesso. Io penso di aver trovato un po' una strada speciale: un autore un po' autarchico che cambia e che ha il coraggio ogni anno di pescare dalla vita e raccontare storie.

In 'Marrakech Express' c'è una partita di calcio, in 'Mediterraneo' c'è un'altra partita di calcio. Non parliamo di 'Italia-Germania 4-3'. Il calcio per gli italiani è una sorta di diario?
Eh sì, soprattutto a quell'età, in quei momenti, il calcio era un modo per stare insieme. Io sono stato in tanti luoghi del mondo, ho giocato a pallone e ho visto il potere del rincorrere una palla in zone di guerra. In Somalia, durante la guerra civile, ho fatto una partita con dei ragazzi che non vedevano l'ora di giocare mentre ci proteggevano le spalle coi fucili e che avevano la possibilità, grazie a me, di ottenere questa follia di giocare per mezz'ora. Ho giocato a pallone con dei piccoli monaci tibetani a 3500 metri col fiato che... mi sembrava di morire. Mio nonno era stato fondatore o portiere del Milan, ma mio padre era dell'Inter, andava a vedere Meazza negli anni Venti e negli anni Trenta, per cui mi ha trasmesso questa passione.

Per conoscere le prossime date di "Mozart: ritratto di un genio" consultare il CALENDARIO DELLO SPETTACOLO.

" La vita la si vive o la si scrive" recitava Luigi Pirandello, circa un secolo fa. Il teatro è forse l'unico luogo in cui sia concesso fare entrambe le cose quando l'attore, divenendo personaggio, ogni sera muta la vita che interpreta e scrive così una pagina sempre nuova della commedia. La voglia...