Domenico Liggeri e il rifiuto dell’omologazione

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Teatro
In occasione di una delle repliche di CabaRè al teatro Derby di Milano incontriamo il regista dello spettacolo Domenico Liggeri. L’eclettico autore palermitano, disponibile e simpaticissimo, dimostra di essere persona di carattere esponendoci a tuttotondo le sue idee. Hai iniziato come giornalista, hai diretto videoclip, sei autore di molti programmi. Un artista poliedrico. Scrittore di libri e infine un talent scout di successo. Spero di meritare l’appellativo. Se fai l’attaccante nel calcio devi fare gol altrimenti non lo fai più. Se fai talent scout devi portare dei risultati altrimenti smetti. A me colpisce la prospettiva. A volte trovi qualcosa di particolare già compiuto, in altri casi devi immaginarti quello che può diventare. Faccio alcuni esempi: Momo a Sanremo era già compiuta da non avere possibilità di progresso e non a caso non è andata avanti: era già troppo matura, quindi è esplosa e s’è consumata lì (anche per colpa di chi l’ha gestita). O Lubamba, non avendo nessuna qualità, più di quello non poteva. Invece Andrea Lehotska da modella l’abbiamo trasformata in una scrittrice. Chiacchierando con lei, una con quella faccia lì, domandandogli “vuoi fare la modella o l’attrice?” lei ti risponde che vuole scrivere allora ti si apre un mondo. Poi devi avere anche la fortuna di sapere dove collocarla. Xena per esempio, che ha caratterizzato Markette per molto, io la conoscevo già da cinque anni. L’avevo notata sulla copertina di un giornale, l’avevo incontrata e per cinque anni non ho saputo dove collocarla, né in un mio video né in un mio programma. Poi nella seconda parte della prima edizione di Markette mi è venuto in mente che poteva essere rischiata. Il principio è che mi deve colpire con una sensazione inedita, qualcosa che non posso trovare in un altro artista e al tempo stesso deve essere inscrivibile in un progetto. Se c’è l’insieme di tutte queste cose, a volte c’è da lavorare di più e in altre meno, l’artista ha già trovato una strada. Infine devi trovare chi, coraggiosamente, ti favorisce la messa in scena di quell’artista. Per anni è stato Chiambretti, altrove sono stati altri. Hai girato anche dei cortometraggi, illustrati anche su www.domenicoliggeri.it dove però si può vedere solo “Blue(s)”. Molto interessante sembra essere “Alla luce del giorno” con il quale hai aderito a Dogma 95 il manifesto di Lars Von Trier È una mia scelta aver messo online solamente Blue(s) perché quello è completamente pop. Gli altri sono dei film molto sperimentali. All’epoca ho rifiutato più volte di girare dei lungometraggi alle condizioni che mi venivano proposte dall’industria, per girare dei cortometraggi da regista libero. Non so se la pagherò prima o poi questa scelta perché un lungometraggio ancora non l’ho fatto. Solo adesso stiamo cercando di metterlo in piedi perché volevo agire in totale libertà creativa. “Alla luce del giorno” è qualcosa che non solo si beccherebbe il “vietato ai minori” ma anche la scomunica e dei processi. È qualcosa di molto forte, quindi non credo che la rete debba mostrare tutto. Non per questioni di censura, ma penso che la rete insieme a tanti vantaggi porti più strutture e insieme a queste strutture c’è il fatto che tutto viene mangiato digerito ed espulso senza filtri, mentre questi per me sono importanti. Io sono cresciuto grazie ai filtri. Non grazie alla libertà. La liberta me la sono conquistata io. I filtri sono stati quei critici che mi spiegavano le opere. Quindi quello è un film non spiegato non viene compreso. Al contrario di ciò che dispone il Manifesto di Dogma 95 il mio corto oltre ad esser in bianco e nero è muto, quindi non ha i suoni in presa diretta come prescritto. La cosa in realtà più strana è che quel film è stato girato in pellicola con un solo rullo e che il montaggio è stato eseguito in camera in fase di presa e non mi risulta sia mai stato fatto. Ha anche arditi campi d’inquadratura. Significa che calcolavo i tempi di ripresa come se fossero quelli di montaggio, davo gli stop in anticipo, spostavo le macchine da presa e le ottiche e poi ritornavo al punto di partenza, insomma un lavoro folle che però abbiamo fatto in sei ore. Quel film se non viene preparato così perde molto di significato. Anche in CabaRé hai cercato di inserire tutte ciò che ti caratterizza adattandolo al teatro? C’è tutto. Mi ci riconosco pienamente perché è un’opera che viene provata due ore prima di andare in scena, parliamo di una rappresentazione di due ore e mezza, e che rispetto a ciò che si fa in televisione con la comicità ne è la negazione, in aperta polemica e sfida con tutti i miei colleghi: ovunque vai la comicità è diventata una serie di “ecco a voi”, passerella di artisti e omologazione. La cosa paradossale è un’altra. Io capisco che i due megaprogrammi sulle reti Mediaset devono fare i numeri e portare tanti soldi in cassa, conosco le regole e li capisco. Ma su Sky vedi format che sono esattamente la fotocopia di Zelig e lì mi incazzo. Hanno tutta la libertà, pochi spettatori, possono fare quello che vogliono e invece vanno ad omologarsi a un modello che è la morte della creatività. Di fronte a ciò ho detto basta e siamo venuti a fare un opera che, laddove la televisione sta dividendo gli artisti e li inscatola in un personaggio, laddove tutto è fatto di stand up, invece ci consente di creare una storia dove gli artisti sono innanzitutto loro stessi. Poi fanno anche loro alcuni stand up ma con tutta un’altra struttura intorno. Mi permetto addirittura di utilizzare la parola drammaturgia malgrado poi in realtà sia un’opera aperta come si usava dire tanti anni fa. Ci piace pensare che abbiamo dentro il germe del living theatre all’italiana con questa libertà d’improvvisazione, d’interazione. Prendiamo qualcuno dal pubblico lo portiamo sul palco e questo è libero di sputarci addosso di dirci quello che pensa. Settimana scorsa ad esempio ci è capitato che uno spettatore dicesse “lo spettacolo fa cagare” e noi glielo abbiamo fatto dire. Ci portiamo la critica in seno e permettiamo alla gente di intervenire sul serio. Stiamo facendo una nostra piccola rivoluzione privata in cui i comici non sono più solamente comici ma sono attori comici. Li tiriamo su laddove la finzione tende ad abbassarli. Li mettiamo in scena in quanto artisti con nome e cognome non più con solo il loro personaggio: non più “il postino”, “il predicatore”, “l’assessore”, e se devono fare un personaggio si vestono in scena. Hai incontrato difficoltà a sviluppare questo progetto? I comici sono spaventati ad essere trattati come artisti ed è sintomatico che altrove quindi non sono trattati così. Portarli a recitare, a metterli al servizio di un’idea complessiva di narrazione, altro salto nel vuoto. E non è colpa loro se non hanno grandi ambizioni. Sono spesso portati ad essere inscatolati, imbrigliati, quasi umiliati nella loro professione quasi chiusi in quei quattro minuti da scaletta entra-esci. Il produttore, Maurizio Capelli, è stato talmente illuminato da darmi totale libertà e così alle persone che si sono aggregate al contesto autorale. E da quel punto di vista cerchiamo di sfruttarla al massimo. In Italia è sempre passata l’idea che la sperimentazione è qualcosa che allontana il pubblico e invece è il contrario. Poi sulla comicità basta farla bene e già stai facendo una rivoluzione. Noi stiamo cercando di farla senza trattare i comici da idioti. A teatro stiamo cercando di fare uno spettacolo intelligente dove puoi ridere anche di pancia con gli spettatori che non vogliono più uscire. Semplicemente divertendoci tanto noi quanto le persone che vengono a vederci E se dovessi concentrarti solo in un ambito, quale sceglieresti? Se io scegliessi di fare solo una cosa nella vita sarei, nel bene o nel male, come tutti gli altri. Anche perché fare tante cose non è una questione di bulimia creativa o perché non ho niente da fare nella vita privata. E’ assecondare i propri talenti. Il mio, se ne ho uno, è questa curiosità totale verso le cose, aver provato a farle e per fortuna esserci anche riuscito, quindi sfruttare questa cosa che forse in Italia non viene coltivata da parte di tanti perché hanno paura. Secondariamente questa cosa è la mia assicurazione sulla vita: laddove nel cinema mi hanno detto “tu devi fare quello che facciamo noi, devi omologarti” io li ho mandati a quel paese perché sapevo vivere con la televisione. Laddove in televisione dovessero dirmi altrettanto io andrei a scrivere libri, oppure vado a fare i videoclip. Non mi beccano. Laddove cercheranno di fermarmi di farmi fare come dicono loro io non mi farò piegare. Potrei però decidere di fare qualcosa perché so che con i soldi che prendo posso poi avere la liberà di fare qualche altra cosa dove guadagno si meno ma facendola con ancora più libertà.
Autore e scrittore comasco, nato a Erba nel 1983. Diplomatosi ragioniere perito programmatore nel 2002 ha lavorato a lungo come amministratore del personale, prima di trasferirsi per un periodo a Brisbane (Australia). Nel 2006 riscopre la passione per la scrittura che lo aveva caratterizzato sin...