Teatro

Annagaia Marchioro: “Porto in scena la fame…e la mia è quella di teatro”

Si parla di cibo, si parla di fame. Ma non solo: lo spettacolo “Fame mia” è dedicato a tutte quelle persone che non si sentono abbastanza belle o abbastanza amate. Ce lo racconta la protagonista, Annagaia Marchioro.

Annagaia Marchioro
Annagaia Marchioro © Teatro.it

Cioccolato e desideri, cibo e ossessioni, risate e pianti: una storia di disturbi alimentari ma che non parla di disturbi alimentari, ma di fragilità e riscatto. Debutta a Milano al teatro Leonardo e in prima nazionale, “Fame mia – Quasi una biografia”, che si ispira al testo di Amélie Nothomb. L’idea è della trentenne attrice (e autrice) Annagaia Marchioro, che ne è anche la protagonista. Serena Sinigaglia, la regista, porta in scena uno spettacolo che parla della fame, ma non solo quella di cibo. La fame, dice la regista, è d’amore, di storie, di vita e di riconoscimento. Ed è un paesaggio che ci accomuna tutti, tanto è universale come sentimento.

Laurea in Filosofia e diplomata alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi, la Marchioro nel 2017 ha vinto come miglior attrice il concorso nazionale L'alba che Verrà e nel 2016 il premio della critica al Premio Nazionale Giovani Realtà Del Teatro. Parallelamente al teatro, ha partecipato a diverse trasmissioni tv: Aggratis (Rai Due, 2014), Bambine Cattive (Comedy Central, 2012), Pillole (MTV, 2012).


“Fame mia” è un testo comico e poetico insieme: perché? Come hai fatto a mischiare questi due registri?
Il comico è una chiave, una modalità di approccio con cui mi piace rapportarmi sempre, qualunque sia il tema che sto affrontando, perché il comico racchiude un grande senso di vitalità e anarchia. Comico e poetico insieme, perché così è nella vita: siamo corpi vivaci e poetici, non potevamo prescindere da uno di questi due aspetti. CI sono molti momenti nello spettacolo, scritti e pensati registicamente e scenograficamente perché ne emergesse il dato poetico, e altrettanti in cui i personaggi che interpreto, il loro linguaggio, le loro movenze, scatenano la comicità.

Avere un'ossessione può avere anche un risvolto positivo?
Ha certamente un risvolto negativo, ma anche uno positivo. L’ossessione è un assedio dell’anima, riuscire a liberare l’ossessione nella passione è il segreto per conviverci. Dice a proposito la Nothomb che gli amanti e gli artisti sono spesso ossessivi.

In cosa diverge lo spettacolo dal libro della Nothomb?
La storia è quella di un’altra persona, è la mia. Il libro, oltre che a rimanere in alcune tracce testuali, è nella scansione narrativa, nell’ossatura del testo. I personaggi che abbiamo inventato, ad esempio, sono dei paralleli di quelli della Nothomb: la balia giapponese diventa la nonna italiana. La funzione è la stessa, il personaggio diverso.

Quali le difficoltà e quali le opportunità nell’interpretare questo testo.
Difficoltà… innanzitutto, sul palco, è come entrare in un meccanismo a orologeria e far funzionare la macchina, senza venirne travolti. All’inizio la difficoltà è stata trovare una chiave di ingresso al testo della Nothomb per trasformarlo nella mia storia, capire come accedere alla drammaturgia.

C’è poi la difficoltà di mettersi a nudo, per quanto ci siano un filtro teatrale e immaginifico si tratta di entrare in profondità dentro sentimenti viscerali, partendo dal dato biografico. L’opportunità invece è che si tratta di una bellissima prova d’attrice. Mi permette di lavorare su registri completamente diversi, comico e tragico su tutti. Interpreto una decina di personaggi diversi, ognuno con un dialetto, una fisicità, una caratterizzazione unica.

E Annagaia Marchioro, di cosa ha fame?
Ho fame di dare un senso a quello che faccio, fame di teatro, fame di una giornata al mare.

 

Michela Pigola

Autore:

Michela Pigola

REDATTORE