La prima Traviata nel mondo arabo in scena in Giordania: parla il regista Luigi Orfeo

Nel suggestivo anfiteatro di Amman è andata in scena una Traviata da primato: è la prima opera lirica realizzata in forma integrale nel Medio Oriente. Con qualche delicatezza diplomatica, alcuni adattamenti e un coro in georgiano.
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Lirica

Passare dalla prosa alla lirica sembra un salto enorme, e per certi versi lo è. Ma, facendo attenzione a non farsi ingannare dalla forma, il contenuto è all’incirca lo stesso: uomini che raccontano ad altri uomini la grandezza della vita. 

Con questo spirito, Luigi Orfeo, giovane attore e regista classe 1983, il 9 luglio ha terminato con la compagnia  Fools  le repliche di uno spettacolo itinerante ispirato all’Inferno di Dante. Due giorni dopo era già su un aereo alla volta di Amman, in Giordania, dove il 19 luglio (con replica il 22) – in occasione dell’Amman Opera Festival, ha debuttato il suo allestimento di Traviata, la prima opera lirica realizzata in forma integrale nel mondo arabo.
Una manifestazione ambiziosa, in cui la tradizione musicale italiana ha fatto da “ponte” per il dialogo tra culture. Un tentativo che ha avuto un’immediata ed inaspettata risonanza mediatica locale e internazionale.
Il giovane regista italiano condivide con Teatro.it questo “primato” e la conseguente impennata di visibilità, ancora difficile da gestire.

Questa “Traviata” ad Amman, in Giordania, ha avuto una risonanza mediatica immensa…
E’ qualcosa che ancora devo imparare a gestire, perché non ci sono molto abituato! Dal momento in cui ho messo piede in Giordania, non mi sono mai sentito solo, neanche quando ho dovuto fronteggiare situazioni complicate, soprattutto dal punto di vista diplomatico. Questa Traviata, allestita nella suggestiva cornice dell’anfiteatro romano di Amman, è stata la prima opera lirica realizzata nel mondo arabo. In un momento molto delicato come quello che stiamo vivendo, la nostra squadra di lavoro passerà alla storia, in qualche modo. E lo dobbiamo soprattutto all’anima di questo progetto: la soprano Zeina Barhoum, interprete nel ruolo di Violetta. Sono sicuro che, in futuro, verranno realizzati altri allestimenti, grazie allo sforzo messo in atto per questa prima edizione dell’Amman Opera Festival. Tutti i media internazionali erano puntati su di noi: BBC, Jordan Times, New York Times. Rilasciavo di continuo interviste in inglese e durante l’allestimento dovevo essere in grado di parlare almeno tre lingue. Addirittura, il coro era georgiano!

Cosa significa portare “La Traviata” in Medio Oriente? In cosa è stata adattata, anche per la loro cultura?
L’aspetto più difficile della regia non è stato l’allestimento. L’anfiteatro romano di Amman è un luogo meraviglioso, che necessita davvero di poco: un buon disegno luci e la location da sola può già risultare efficace. Il pubblico non voleva vedere qualcosa che corrispondesse alla loro cultura, ma che arrivasse “da un altro mondo”: l’Italia di metà Ottocento, appunto. La sfida è stata veicolare a quel tipo di pubblico la storia dell’opera lirica più rappresentata al mondo, senza tradirne la tradizione. Di conseguenza, ho tradotto le fasi salienti della storia di Violetta, attraverso l’utilizzo di simboli aderenti alla loro cultura: i fiori, per esempio, come traduzione dell’anima della protagonista, un segno prezioso per una popolazione che vive in un’area prevalentemente desertica. Nella mia regia ho sperimentato come il mito di Violetta e dell’amore contrastato unisce tutti gli uomini della Terra, fungendo da collante tra diverse culture. Sono certo che, se in futuro dovessi andare a lavorare in qualsiasi parte del mondo, il mito mi salverà, perché è universale.

Come ti sei avvicinato alla lirica?
Ho tentato un approccio alla lirica di stampo decisamente “popolare”, ovvero cercando di rendere più vivo quanto accade sulla scena. Dopo l’Accademia di Arte Drammatica “Silvio d’Amico” a Roma, ho cominciato a fare piccoli esperimenti per cercare di capire quali fossero i limiti e le possibilità di questo approccio. Finché sono arrivato in Trentino per allestire un grande spettacolo che prevedeva attori, coro e musicisti dal vivo. In questa occasione, ho incontrato Klaus Broz, violoncellista dell’omonimo trio, che è anche direttore di un progetto artistico che si occupa di far rinascere l’opera in Trentino, secondo criteri più meritocratici. Dopo qualche tempo, mi ha richiamato proponendomi la regia di Tosca al rinnovato Teatro Zandonai. Ho accettato e ho vissuto questa mia prima esperienza, faticosissima ma emozionante.
Per fortuna, intorno a me ho sempre avuto persone con le quali ho lavorato bene, come il direttore d’orchestra, il M° Lorenzo Tazzieri (classe 1985), che ha diretto tutti i miei allestimenti lirici, ed anche questa Traviata realizzata per l’Amman Opera Festival.

Qual è la “cifra stilistica” che ti contraddistingue in questo campo?
Mi sono sempre curato di rendere tutto coerente per il pubblico. La cosa che proprio non riuscirei a perdonarmi è una scena esteticamente molto bella, ma che risulti un’autocelebrazione, in cui nulla arriva alla platea e l’applauso finale soddisfa solo l’ego di chi sta sul palco. A me non importa di essere solo provocatorio.

Torinese, inizia a scrivere di spettacolo nel 2003 - e dal 2006 per l’allora Teatro.Org - specializzandosi progressivamente nel teatro musicale e nella prosa brillante. L’amore per il musical sboccia grazie all’incontro artistico con un altro sabaudo, Franco Travaglio, con il quale ancora oggi...