Danza e dislessia: intervista a Sabrina Brazzo

Dal Teatro alla Scala alla sua compagnia, dalle sale prove alle sfide quotidiane di un'artista che convive con la dislessia: Sabrina Brazzo, ballerina e direttrice della Jas Art Ballet, ci racconta come nasce lo spettacolo "La mia vita d'artista", andato in scena in prima assoluta al Teatro Carcano di Milano.
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Danza

Di origine veneta, diplomata al Teatro alla Scala di Milano, Sabrina Brazzo viene nominata Prima Ballerina nel 2001, dopo la sua interpretazione nel ruolo di Giselle, per la coreografia di Silvye Guillem. Insieme all’immortale Giselle, ha interpretato i ruoli principali del repertorio classico e moderno firmato da grandi coreografi, ed ha danzato su numerosi palcoscenici internazionali.
Nel maggio 2012, insieme al primo ballerino Andrea Volpintesta, ha formato la Jas Art Ballet. In questa intervista ci racconta il debutto de La mia vita d’artista, spettacolo biografico che tratta il tema della dislessia, e ci svela le difficoltà e le soddisfazioni di un speciale vita in palcoscenico.  

“La mia vita d’artista”: un titolo che dice tanto. Come è nato?

L’idea fu di Micaela Masella (responsabile delle pubbliche relazioni del Teatro Carcano di Milano e dell'organizzazione del Centro Studi Coreografici dello stesso teatro, scomparsa tragicamente nel 2016), che aveva da tempo il desiderio di fare uno spettacolo che raccontasse la vita di un’artista. Abbiamo continuato il suo progetto, e non ho voluto creare uno spettacolo che presentasse una favola bella ma un po’ finta. Mi sono raccontata davvero, e non immaginavo quello che sarebbe successo!

E cosa è successo?
C’è stata una risposta fortissima, inaspettata! Ero abituata a sentirmi dire che un problema come il mio andasse taciuto per evitare ripercussioni sulla mia carriera (anche da parte dei miei genitori, che erano ancor più preoccupati di me), perciò l’interesse che si è generato è stato quasi incredibile per me. E sono doppiamente felice, perché è uno spettacolo che dà una profondità al mio personaggio, e che non nega le difficoltà che ha avuto. Perché di difficoltà ce ne sono state, ma ho mantenuto saldo il mio amore per la danza.  

Coniugare un racconto biografico, un tema importante come quello della dislessia, e diversi stili di danza, non dev’essere stato un lavoro semplice: come avete costruito lo spettacolo?
Abbiamo iniziando parlando molto: con Riccardo Mini, che cura la drammaturgia, abbiamo raccolto un po’ di materiale in base alle sue domande e alle mie risposte. E non sono mancati pianti e risate, per entrambi. Il resto del lavoro è venuto via via naturale: ad esempio, nel Lago dei cigni curato da Andrea (Volpintesta, partner sulla scena e nella vita), lui mi toglie la benda dagli occhi, e devo dire che l’ha fatto anche nella vita, permettendomi di esprimermi. Con i ragazzi del Centro Studi Coreografici del Teatro Carcano e con i Kataklò il lavoro è stato intenso - specie nella parte del tip tap! - ma in un clima famigliare. Li ho sentiti vicinissimi, proprio come il pubblico: a metà spettacolo ero già commossa!

Quanto influisce la dislessia nel quotidiano di una ballerina?
Influisce molto, ma non sempre esplicitamente: ad esempio, questo spettacolo è stata una presa di coscienza anche per le mie insegnanti di danza, tra cui la mia direttrice alla Scala, la signora Prina, che all’epoca vedeva una giovane ballerina in difficoltà ma che non immaginava la dislessia. Riuscii a diplomarmi comunque, non solo grazie a doti naturali, ma anche a una certa creatività nel trovare un modo per imparare adatto a me. In effetti la dislessia ti costringe ad avere inventiva, a trovare espedienti per imparare: il pensiero creativo diventa così automatico! E se penso che con questo spettacolo sono in scena a recitare un pezzo a memoria, io che nemmeno osavo parlare in pubblico!

Un’esperienza che racconta una storia vissuta, ma anche di una crescita…
Metto in scena un po’ la mia filosofia. Ho imparato negli anni che la vita va affrontata, perché una volta aggirato l’ostacolo, senza affrontarlo, la vita te lo ripropone comunque. Non bisogna mai “sopravvivere”: l’importante è vivere. E poi noi viviamo una vita d’artista, che, per quanto difficile, è meravigliosa perché piena di passione per quello che sei e che fai. E quando porti in scena una storia vera lo fai per gli altri, non per sentirti dire che sei bravo…

La stessa compagnia, la Jas Art, nasce per gli altri, per i giovani…
Nasce pensando a tutti quei giovani che hanno mille opportunità per diplomarsi in danza, ma poche di lavorare come ballerini. È stato un percorso faticoso all’inizio; ma adesso siamo compagnia residente al Teatro Carcano di Milano, e abbiamo costruito una famiglia danzante: un’esperienza stimolante a livello artistico e personale, che porta a spettacoli che trattano anche di temi sociali importanti e che il pubblico apprezza. Anzi, sono certa che un tema importante avvicini il pubblico alla danza, e allo stesso tempo un tema importante si possa affrontare da una diversa prospettiva attraverso una coreografia.

Quali sono i prossimi progetti della compagnia?
Per ora abbiamo in programma una tournée serrata del Lago e del Mantello di pelle di drago, cui si stanno aggiungendo tantissime date per La mia vita d’artista. Abbiamo in cantiere un progetto nuovo, ma ora non posso dirvi di più…Il vero progetto a lunga scadenza è quello di continuare a vivere questo bellissimo sogno che è la Jas Art Ballet, ecco qual è il mio progetto principale!

 

Laureata in "Storia del Teatro e della Performance Contemporanei" (e precedentemente in "Teoria e Tecniche del Giornalismo" con una tesi sul futuro della critica di danza), mi occupo soprattutto di danza e teatro, senza dimenticare il primo amore per la letteratura.