Classica

Giovanni Battista Rigon: "Ho un sogno nel cassetto..."

Uno dei maggiori direttori in circolazione ha un sogno nel cassetto: poter dirigere qualcosa di Verdi. Ecco un’intervista in libertà con Giovanni Battista Rigon, direttore artistico delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico di Vicenza.

Giovanni Battista Rigon
Giovanni Battista Rigon

Giovanni Battista Rigon - “Titta” alla veneta, per gli amici – è in questi giorni alle prese con l'edizione 2018 delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico, che aprono i battenti con L'inganno felice, farsa rossiniana da lui diretta. La prestigiosa rassegna musicale vicentina l'ha ideata lui nel lontano 1992, e nel 2011 ha meritato il “Premio Abbiati” dell'Associazione Nazionale Critici Musicali per la validità e l'originalità delle sue proposte.
Oltre che fondatore, Rigon ne è sin dall'origine direttore artistico, coadiuvato dalla violinista d'origine armena Sonig Tchakerian alla quale è affidato il settore – importantissimo in questa longeva manifestazione - della musica da camera. Il suo ambito d'eccellenza è invece principalmente quello del melodramma, fra opere del grande repertorio – Mozart e Rossini, in primis –e qualche titolo scomparso nel tempo, del quale talvolta cura la revisione e l'edizione critica.

Alternando l'attività di docente al Conservatorio di Venezia con quella artistica, lo troviamo dunque sovente impegnato in teatro, come concertatore e direttore. Negli ultimi anni alla Fenice ha diretto Barbiere di Siviglia, Cambiale di matrimonio, Elisir d'amore; nel 2006 e nel 2008 ha inaugurato il Festival di Martina Franca con due prime riprese moderne, quella de I Giuochi di Agrigento di Paisiello e de Il Re pastore di Piccinni. Ha diretto a Verona Gazza ladra, a Sassari Così fan tutte, a Seul Juditha Triumphans di Vivaldi e Semiramide di Rossini, a Bad Wildbad la prima moderna di Adelina di Pietro Generali. Ed ha portato in giro per mezza Italia, due anni fa, La scuola dei gelosi di Salieri, altra prima ripresa moderna d'un lavoro dimenticato.


Siamo arrivati alla 27ma edizione delle Settimane Musicali, fondate da te tanti anni fa, nel 1992. Un bel traguardo. Parlacene un po'
Le Settimane sono per me un bel pezzo di vita, e rappresentano bene anche la mia personale evoluzione di musicista: prima pianista camerista (nella mia “prima” vita, dico io) poi, dopo il fortuito incontro con Daniele Gatti, quella di direttore, che ho scelto per la voglia di ampliare il mio repertorio, per amore della musica e del teatro. Dunque nel teatro musicale mi sento doppiamente a casa. Con tutti i problemi che abbiamo sempre avuto, e che continuiamo ad avere, qui a Vicenza, sono fiero di quello che abbiamo realizzato. A volte ripenso a certi programmi, ad annate come quella del centenario bachiano, in cui proponemmo l'integrale dei Brandeburghesi, legati ogni sera ad un compositore di epoca diversa (Mozart, Beethoven, Schoenberg...) a dimostrare la filiazione artistica dal grandissimo Johann Sebastian. Oppure al programma “La musica delle donne”, proposto nel 1996 in occasione del centenario di Clara Schumann; e mi dico: ho fatto veramente un bel lavoro!



Per quello che ricordo, le Settimane sono nate ed hanno vissuto i primi anni come omaggio a Mozart. Poi man mano sono cambiate... in che modo e perché?
Le Settimane hanno debuttato nel segno di Mozart, è vero, nel lontano 1992. Ricordo ancora il programma del primo concerto (il 27 settembre 1992), una matinée: il Trio KV 548 in do maggiore e il Quartetto KV 478 in sol minore, che eseguimmo con Sonig Tchakerian assieme a Bruno Giuranna e Rocco Filippini: un bellissimo ricordo testimoniato anche in uno dei nostri CD del festival.
Mozart è cardine e riferimento assoluto della bellezza, in ogni genere delle musica colta, tant'è che anche il debutto operistico delle Settimane, nel 2004, si concretizzò con Bastiano e Bastiana, per poi passare già l'anno successivo ai “Due” Don Giovanni, Mozart versione Praga ed il suo diretto antecedente Gazzaniga. Anche qui, quanti altri festival, magari più ricchi e sovvenzionati, hanno mai proposto una prelibatezza del genere?

Che sensazione dà dirigere all'Olimpico, cioè nel più antico fra i teatri al chiuso del mondo?
Quel teatro è un posto magico: io, che sono vicentino di nascita anche se a Vicenza non vivo più da tanti anni, ne sono sempre stato ammaliato. Quindi non è un'emozione particolare dirigere lì, perché l'emozione ce l'hai già solo entrandoci... Ho sempre sognato, fin da ragazzo, di poter portare la musica “grande”, che per me rappresenta qualcosa di superiore, l'armonia del creato – per usare un'espressione un po' retorica –, in un luogo magico ed “armonico” in sommo grado qual è il capolavoro palladiano.

Tu provieni dalla musica cameristica. Come e quando sei passato alla direzione d'orchestra?
Come ti accennavo prima, sono arrivato alla direzione d'orchestra in maniera quasi fortuita, avendo avuto per alcuni anni la fortuna di frequentare, da amico, uno dei più grandi direttori del nostro tempo, Daniele Gatti, il quale mi ha incoraggiato a fare questo passo importante. L'ho fatto per amore per la musica, spinto dalla voglia di confrontarmi con altri repertori: quello sinfonico certo, ma soprattutto quello del teatro musicale, che amavo ed amo tantissimo.
All'inizio pensavo che la mia esperienza direttoriale sarebbe stata limitata, che mi sarei preso qualche soddisfazione ma che avrei continuato comunque a suonare, come attività principale: poi la cosa mi ha preso in modo inaspettato, mi sono innamorato dell'orchestra, delle poliedriche ricchezze dei suoi timbri, della varietà degli impasti che potevo ottenere da questo nuovo “strumento”... È stato poi come sommare tutta una serie di competenze che avevo maturato fino ad allora, l'accurata concertazione sperimentata in tanti anni di camerismo, la competenza necessaria nel guidare e consigliare i cantanti nel repertorio liederistico e/o operistico che mi era capitato di affrontare da pianista... Poi sono arrivati i primi riscontri positivi dal pubblico, dalla critica, i primi inviti importanti: Martina Franca, il San Carlo e La Fenice qualche tempo dopo... così ora mi ritrovo a tempo pieno in questa meravigliosa avventura!

Hai appena diretto a Venezia, per La Fenice, un'opera di Piccinni - Il regno della Luna - in prima moderna. Ne hai anche curato la revisione. Come è nato questo progetto?
Mi è stato proposto dal Conservatorio di Venezia, dove insegno, e ho accettato con entusiasmo, sia perché amo la musica di Piccinni sia perché mi piace lavorare coi giovani. Un bella sorpresa, inaspettata, è stata invece la collaborazione con il regista Davide Garattini e il suo staff: ci siamo trovati benissimo e abbiamo lavorato con grande affiatamento e amicizia. Per quanto riguarda la revisione, bisogna dire che la trascrizione dal manoscritto è stata curata da Franco Rossi, celebre studioso nonché direttore emerito del Benedetto Marcello: io sono intervenuto successivamente per completare e adeguare la notazione dell'epoca (basata su una prassi consolidata, e dunque a volte quasi “stenografica”) in vista di un'esecuzione moderna: c'era poi il problema di operare cospicui tagli, in quanto rivolgendoci principalmente ad un pubblico giovanile, doveva durare un' ora e mezza.



Il regno della luna è stato tutto eseguito da allievi del Conservatorio “B.Marcello”, dove insegni musica da camera. Un bel impegno, lavorare con i giovani...
Si certo, soprattutto perché si trattava per la quasi totalità di ragazzi cinesi e coreani. Personalmente, ritengo che sia per noi italiani un grande privilegio che persone provenienti da terre e culture così lontane si interessino a studiare la nostra opera lirica. Sono stato parecchie volte a dirigere in Corea e in Giappone e credo che in Oriente ci siano grosse potenzialità culturali ed economiche per noi italiani. I ragazzi del cast de Il regno della luna hanno fatto un lavoro egregio: ovvio che non pronunceranno mai l'italiano come la Isabella che ho ora nel cast a Vicenza, che è fiorentina. Ma pronunciano bene tanto quanto, per esempio, osannati soprani russi o americani da cui, quando cantano, sfido chiunque a capire una parola.

Ami spesso affrontare versioni insolite di grandi titoli operistici. Vedi II flauto magico nella versione italiana di De Gamerra del 1794, od Il turco in Italiadell'edizione napoletana del 1820. Perché queste scelte?
Perché secondo me illuminano la prassi e la concezione di un'epoca a noi lontana, in cui l'opera d'arte - in questo caso, l'opera lirica - non era considerato un prodotto “morto” da riprodurre in maniera museale, ma un organismo “vivo” da adattare, modellare – ovvio, con grande rispetto e massima preparazione, competenza e buon gusto – per presentarlo nel modo più “ricco” possibile, a seconda delle circostanze produttive, al godimento del pubblico.

Il tuo ambito musicale d'elezione mi pare vada dagli autori di fine '700 – Mozart in primis - al primo '800 di Donizetti e Rossini. C'è un motivo particolare?
Io amo tutta la musica d'arte, da Monteverdi a Schnittke, per citare solo i primi due autori che mi vengono in mente, tra quelli con cui ho avuto a che fare. Con Mozart e Rossini, che sono due geni assoluti, ho un rapporto particolare, forse anche solo dovuto ad una frequentazione intensa. In realtà interpreto e dirigo con grande piacere musica di ogni genere e periodo storico: per esempio amo tantissimo Verdi, e spero che prima o poi qualche teatro me lo proponga.

Mozart l'hai diretto quasi tutto...il trittico di Da Ponte, Flauto magico, Ratto dal serraglio...Cosa vuol dire il grande teatro mozartiano per te?
Un punto fermo della storia dell'arte, uno dei vertici della creazione dello spirito umano. Come i quadri di Caravaggio, per dire. Ma anche un'occasione unica per osservare e capire caratteri e vicende della vita di noi tutti, e allora mi viene da pensare a Shakespeare e a Verdi, grandi classici del teatro, per non citare poi il teatro greco antico. Ma, alla fine, vuol dire un enorme piacere a lavorarci, a dirigerlo, ad ascoltarlo. Insomma, se non esistesse, saremmo tutti spiritualmente più poveri.

Dopo aver esplorato Mozart, dopo aver affrontato il grande Rossini di Barbiere, Turco, Italiana, Semiramide, stai ora esplorando all'Olimpico quello “minore” delle farse. Un progetto di lungo respiro...
Si, certo, si tratta di un progetto quinquennale (in realtà un “Bruschino” era già entrato “di straforo” nei progetti passati del festival...) che impegnerà le Settimane fino al 2021: si tratta di lavori agili nella concezione e nell'organico orchestrale, dunque a mio avviso particolarmente adatti all'Olimpico. Non sono molto d'accordo nel definirlo un Rossini “minore”, in quanto l'ala del genio pesarese, la zampa sicura del musicista di teatro (e, a mio parere, del filosofo) è presente fin dalle sue prime note. Come sempre, poi, quando ci sei dentro, le opere dei Grandi ti si rivelano in tutta la loro bellezza: per esempio questo Inganno felice che io pensavo sarebbe stato un piccolo “scoglio” nel percorso, proprio perché la ritenevo la meno “farsesca” delle farse, mi si sta rivelando un capolavoro dalle sfaccettature espressive intensissime e quasi pre-verdiane.



Sono pochi e direttori che siedono anche al cembalo, per accompagnare i recitativi. Tu lo fai sempre. Improvvisando al momento...e divertendoti pure, mi sembra.
Si, mi diverto molto, anche perché seguo tutto lo sviluppo del dramma teatrale, dalla prima all'ultima nota. Anche qui, però, ho iniziato quasi per caso: non avevo mai voluto cimentarmi pubblicamente con la realizzazione del continuo in un'opera, poi mi è stato chiesto di realizzare il continuo nel progetto de “La scuola dei gelosi” di Salieri qualche tempo fa: ho accettato, non te lo nascondo, con qualche perplessità: invece poi mi sono divertito così tanto e mi viene così spontaneo farlo (se pur si tratta di una gran fatica, perché non solo non hai un attimo in cui non puoi non essere concentrato, ma non hai neppure il tempo per asciugarti il sudore, se non confidando negli applausi a scena aperta, che per fortuna sono una prassi nel mondo dell'opera) che non vedo l'ora di dirigere nuovamente la trilogia mozartiana, stavolta proprio “dal cembalo”.

Sul Corriere della Sera sei stato definito “Uno dei migliori direttori rossiniani su piazza, artefice di un suono agile e grintoso" . Tu che ne pensi?
Ne sono lusingato e onorato. Se posso contribuire a rendere giustizia alla musica di Rossini, un grande genio con il quale ormai ho una certa affettuosa dimestichezza, e pareri così autorevoli apprezzano il mio lavoro...

Qual'è il compositore che più ti è piaciuto dirigere sinora? E fra quelli che non hai ancora affrontato, dicci chi vorresti incontrare in futuro.
Come ti dicevo, mi piace tutta la musica d'arte, di ogni epoca. Sono sempre affascinato, spesso commosso, dalle opere che mi capita di studiare o dirigere. Parafrasando una cosa che ho sentito dire a Salvatore Accardo, una volta, potrei risponderti che il compositore che più amo è quello che sto studiando o dirigendo in quel periodo. Però un piccolo auspicio, quasi scaramantico, lo coltivo da un po': come ho già detto, aspetto con ansia un debutto verdiano.

I prossimi progetti, i prossimi impegni?
Varie cose, tra cui due progetti di più ampio respiro a cui tengo molto. Per l'Accademia Filarmonica Romana dirigerò un laboratorio lirico (si chiamerà “Rossinilab”) che verterà anch'esso sulle farse di Rossini: selezioneremo due cast, si lavorerà nel corso dell'anno in più incontri e si faranno due rappresentazioni nel bellissimo Teatrino di Villa Torlonia. Altra cosa che spero di concretizzare presto, già nel prossimo autunno, è quella di riprendere a suonare il pianoforte in pubblico, questa volta come pianista di Lieder, un repertorio che amo immensamente.

 

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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