La compagnia delle Ariette apre un suo teatro

Paola Berselli e Stefano Pasquini ci raccontano un teatro nato dalla terra, dalla dimensione nuova ed antica, e luogo di condivisione ed azione politica e sociale.

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Teatro

Le Ariette è il nome di un podere di Castello di Serravalle (Bo) coltivato da Paola Berselli e Stefano Pasquini, due artisti che nel 1989 lasciano la scena per la zappa. E' qui che i due verranno ispirati a realizzare un modo diverso di vivere e ‘fare’ teatro: nasce così il teatro delle Ariette, che dal ’94 porta in tutta Europa spettacoli con una caratteristica comune: non testi messi in scena, ma momenti di reale scambio con gli spettatori che, saltata la quarta parete, diventano parte integrante dello spettacolo, magari attorno a un tavolo, in una cena. Un percorso teatrale legato al cibo, alla terra e ai sentimenti.
Il 2017 per la compagnia è un momento di raccolta, dopo tanta semina: viene pubblicato il libro Teatro delle Ariette, la vita intorno a un tavolo curato da Massimo Marino per la Titivillus editore, e soprattutto l’8 aprile è stato inaugurato ufficialmente il loro nuovo spazio teatrale all’interno del podere.
Li abbiamo incontrati prima dello spettacolo Teatro da Mangiare? tenuto a Salerno per la stagione della Casa del Contemporaneo: la chiacchierata con i due fondatori, protagonisti inseparabili di questa storia, risente degli odori dello spettacolo in ‘cottura’, mentre silenzioso ma non meno importante Maurizio Ferraresi, terzo attore del gruppo, contribuisce con le sue azioni a creare magici ingredienti.

Ci raccontate il vostro percorso, fino al fatidico 8 aprile...?
Stefano Pasquini
: La compagnia ha 21 anni, da 28 anni viviamo alle Ariette e da 17 portiamo in giro questo spettacolo. Prima di riprendere tra il ’94 e ’95 a fare teatro in modo nuovo, ci occupavamo solo dei nostri campi. Abbiamo lasciato la scena perché il teatro è sempre un po’ autoreferenziale e ci sembrava di non appartenere a questo mondo. Nel podere della mia famiglia abbiamo iniziato a coltivare la terra, a realizzare una piccola attività di trasformazione dei nostri prodotti; abbiamo creato un piccolo agriturismo per quasi dieci anni, e lì è nato il progetto di un “teatro fuori del teatro”, in casa nostra, nei nostri campi e poi pian piano in altre case del nostro comune che non aveva sale teatrali. Si chiamava "A teatro nelle case": non erano solo spettacoli a casa nostra, ma invitavamo alcuni artisti ed attori che raccontavano storie. Decidemmo che in mezzo ai nostri campi volevamo costruirci un teatro, ma avevamo diritto a costruire soltanto un edificio rurale, un deposito attrezzi, che abbiamo inaugurato l’8 aprile 2000, con Armando Punzo in uno spettacolo. Poi lui e Cinzia De felice ci hanno invitato al Festival di Volterra, e siccome il discorso si era svolto a tavola, ci hanno proposto di raccontarci "facendo le tagliatelle". E' nata così l’avventura del Teatro da mangiare?
E' un lavoro che ospita solo quindici spettatori attorno a un tavolo, e che ci ha fatto tornare professionisti del teatro, pur non abbandonando l’agricoltura. Quest'anno abbiamo potuto fare il cambio di destinazione d’uso da deposito a teatro ed attività culturali, e così lo abbiamo re-inaugurato come teatro.

Cosa farete in questo nuovo teatro?
Continueremo ad usarlo come una casa del teatro, un punto di contatto tra il teatro e il territorio anche attraverso residenze di altre compagnie, che oltre al loro lavoro possono proporre progetti per il nostro territorio. Intanto accoglie un laboratorio teatrale permanente dedicato ai cittadini: non una scuola di formazione per attori professionisti ma un luogo dove i cittadini possono trovarsi per fare teatro come amatori. Un luogo dove si pensa il teatro, si impara a conoscere il suo linguaggio. Non abbiamo niente contro il teatro di tradizione dove si vedono anche cose bellissime, ma il teatro deve cercare un nuovo pubblico, rinnovare la sua funzione.

Per voi il teatro che cosa rappresenta?
E’ sempre stato e resta il momento in cui la comunità, oppure possiamo dire i cittadini, si ritrovano per riflettere sul proprio destino, quindi un momento rituale, ma non nel senso ieratico. È un rito in cui ci si ritrova insieme e si fa un discorso comune: qualcuno officia, qualcuno ha un altro ruolo come lo spettatore, ma si fa assieme. Il rischio altrimenti è che il teatro diventi oggetto di consumo, come accade per altre espressioni artistiche.
Il teatro non ha la vocazione della merce ma una vocazione civile e “politica”. Per questo cerchiamo di tener vivo il rapporto con il territorio, pur andando in giro in Europa: si ricreano delle comunità provvisorie che immaginano un futuro riflettendo sul proprio presente e sul passato. Nello specifico della nostra poetica poi, forse il teatro per eccellenza era quella stanza che si chiama cucina, dove da bambino vedevo lo spettacolo magico di mia nonna che trasformava prodotti. Poi le persone si incontravano attorno al cibo e si raccontavano storie, condividevano momenti di gioia e dolori.

Con i vostri spettacoli riuscite a ricreare queste emozioni?
Secondo me un po’ per caso anche noi abbiamo scoperto la forza anche simbolica del gesto e dell’atto del cucinare, del condividere il cibo e il tempo del cibo. È una cosa che viene dalla vita. Ma anche il teatro greco infondo comincia un po’così, con una comunità che si ritrova, arrostisce un po’ di animali, li mangia assieme e partecipa a quel che oggi chiamiamo teatro, condividendo storie. Oggi non è più così. Si entra in una sala teatrale, ti siedi in poltrona, viene il buio, guardi il cellulare, i messaggi. Poi inizia una cosa che accade in uno spazio altro. Quando non funziona diventa un esercizio di valutazione, pensi che sia bello o bravo l’attore ma non ti riguarda; a noi invece piace, e cerchiamo di realizzare, un teatro in cui tu senti che sta succedendo qualcosa di vivo che ti riguarda.

Preparate del cibo, fate un po’ un dono…
C’è l’elemento dell’ospitalità, ma anche lì torniamo indietro nel tempo se pensi all’Odissea. Dov’è che Ulisse fa il lungo racconto delle sue peripezie ad Alcinoo re dei feaci? Non su un palcoscenico. Non è un aedo che canta, è un commensale che a tavola si apre e incontra lo straniero. Il teatro è anche questo: è anche il luogo di incontro con lo straniero, tra differenti. Noi cerchiamo di tenerci su questa strada.

Infatti avete avuto un seguito in tutta Europa…
Siamo stati tanto in Francia, poi in Svizzera, Germania, in Spagna, in Portogallo... Riproponiamo le nostre parole, sdoppiamo la nostra autobiografia in lingue che non sono le nostre. Ma è bello. Fa parte dell’incontro con gli stranieri. Il posto dove abbiamo più difficoltà è in Italia. Abbiamo girato tanto, soprattutto i festival, ma essendo spettacoli un po’ irregolari non vengono ben accolti in teatri che vivono in platea e palcoscenico. In ogni caso abbiamo inaugurato anche la stagione del teatro Argentina di Roma e i trenta spettatori erano tutti sul palcoscenico. Sono cose possibili.

All’estero avete realizzato progetti come il film "La vita intorno a un tavolo", girato in tre settimane di permanenza in un luogo. Dopo aver proposto lo spettacolo chiedevate a cittadini di ospitarvi a pranzo e in quella sede con una telecamera riprendevate loro storie di vita, fino a creare un film che poi veniva visto insieme...
Paola Berselli:
Alla base c’è la necessità di incontrare la vita quotidiana delle persone: non è che li intervisti, sei completamente disponibile ad incontrare ogni singola persona. Farsi invitare a casa, è un meccanismo che scatta naturalmente con i nostri spettacoli e poi, alla fine di tutti i dialoghi, restituisci uno spaccato di questo luogo: con uno sguardo tuo e molto straniero, ricostruisci una mappa. Lo spirito è questo, ma in Italia non è facile far capire questo progetto, mentre i teatri nazionali francesi lo fanno. Anche perché loro hanno il concetto che il teatro, oltre ad essere un fatto estetico, è anche un grande motore di relazioni, e lo utilizzano quando ci sono scollamenti sociali, come rapporti con l’immigrazione. In quel caso mettiamo la cultura al servizio di processi di ri-aggregazione.

Siete una coppia nella vita e nel teatro. C’è un approccio al ‘maschile e al ‘femminile’ a questa esperienza?
Paola:
 Abbiamo due formazioni un po’ diverse. Quando ci siamo incontrati lui faceva il conservatorio ed io una scuola di teatro, partivamo da due punti un po’ diversi però con un desiderio comune di lavorare insieme. Forse per le nostre sensibilità, l’incontro è stato positivo. Stefano è un grande intrattenitore, un imbonitore, per dirla alla commedia dell’arte, che ti affascina ed è come se ti dicesse "io sono come te”. Io invece ho un approccio più ‘femminile’ perché mi interessa toccare i sentimenti più semplici e più nascosti, e di farmene tramite.
Piano piano questa esperienza comune mi ha aiutato, mi ha rivelato la dimensione giusta: fare da mediazione di sentimenti, mettermi in stretta relazione con le persone, un po’ immolarmi quasi per arrivare al loro cuore ed alle menti. Un percorso che dà una grande energia. A volte questo modo non è accolto bene, ma quasi come un’invadenza. Io comunque cerco di far rivivere attraverso me i sentimenti profondi dell’amore, della nostalgia, del dolore, della perdita che sono molto nascosti a volte e molto intimi. Provo a rivelarli alle persone: attraverso il racconto di una mia esperienza spero che possa restare un pensiero sulla propria esperienza da portare via. Io penso che il nostro non sia uno spettacolo, a me non interessa fare spettacolo, ma un’esperienza emotiva dei cuori e della mente.

Tutte le informazioni sono su questo link.
Prossimi incontri: Tutto quello che so del grano il 20 aprile al Ridotto di Bologna ed il 6 e il 7 maggio al museo il Forno di Tavonerole sul Mella (BS).