Le origini, gli amici, le lingue: Vittorio De Scalzi e 50 candeline di musica al San Carlo

Il fondatore dei New Trolls Vittorio De Scalzi, antesignano del prog italiano ed autore di famosi brani di musica leggera, ripercorre per Teatro.it alcuni passi dei suoi primi 50 anni di carriera, a poche ore dalla festa del Teatro di San Carlo di Napoli.
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Lunedì 15 maggio Vittorio De Scalzi suonerà dunque al Teatro di San Carlo con artisti come Gino Paoli, Patty Pravo, Katia Ricciarelli, Peppe Barra, Sal Da Vinci, i Neri per Caso, Drupi, Lino Vairetti, Clive Bunker e tanti altri: Teatro.it lo ha incontrato prima del concerto che sarà presentato da Fabrizio Frizzi.
 

Vittorio, cominciamo dal San Carlo: perché questa scelta?
È stato un caso meraviglioso, ne parlammo durante una serata fra amici, ed a Gino Aveta venne l'idea di proporre il San Carlo: il giorno dopo già era tutto deciso, c'era la disponibilità del teatro, e da lì è nata la cosa...
 

Un polistrumentista come te ha una predilezione per uno, fra i vari strumenti che ha incontrato?
Ormai non lo so più, sono partito con studi di pianoforte come tutti i bambini, poi sono passato alla chitarra e l'ho affrontata seriamente con studi classici col maestro Palladino a Genova (lo stesso di De André), poi ho approfondito di nuovo il pianoforte, poi il flauto traverso che è quello che purtroppo trascuro di più, anche se al San Carlo con Clive Bunker (il batterista dei Jethro Tull) farò Bourée, che è davvero impegnativo!
 

Ci sono molti paralleli fra Napoli e Genova, che è una città importante anche per il modo di affrontare la musica: piuttosto che accoglienza delle diversità, sembra di poter parlare di un contenitore che ingloba cose già esistenti...
Genova deriva il suo nome da Ianua, la porta, per andare e per tornare. Infatti è così, non è solo accogliere, è un momento di passaggio dove poi ritorni. Napoli e Genova fisicamente sono simili, anche se ci sono differenze fra i due popoli; su Napoli abbiamo fatto una canzone insieme con Lucio Dalla, “Domenica di Napoli”, era nell'album New Trolls del 1979 ed è un brano bellissimo che all'epoca interpretammo secondo il nostro stile, mentre lunedì la canterò in una versione più essenziale, con Sal da Vinci. Invece con Peppe Barra faremo Don Raffaé; con lui mi sentirò ancora più vicino a Fabrizio, è come se ne facessi le veci... Fabrizio è sempre presente.
 

Un ricordo degli inizi: quella del padre ristoratore che procurava gli ingaggi è una storia bellissima...
Ed è proprio così, mio padre usava il suo ristorante per “corrompere” i discografici e per far avere i contratti a suo figlio, questa fu la partenza di tutto; fu così che noi fummo gli apripista dei Rolling Stones, e questo fu anche un insegnamento di vita, perché imparammo anche a stare sul palcoscenico, che è una cosa fondamentale: ci sono mille modi di stare sul palcoscenico, ma devi saperci stare.
 

Preferisci intimamente essere autore di testi o di musica?
Preferisco scrivere musica, che per me è liberatoria, mentre scrivere è un po' una prigione. Srivo prima la musica, poi i testi. Raramente capita il contrario, magari per aver elaborato poesie già esistenti, come nel caso di Riccardo Mannerini (amico in comune con Faber, autore già di “Senza orario, senza bandiera”, n.d.r.), quando facemmo un album intero sulle sue poesie postume.
 

É molto interessante la riscoperta della canzone dialettale, dal 1967 all'album Mandilli del 2008.
C'è una una mia canzone del 1967 (Cumme t'è bella Zena) che tutti credono sia una canzone antica della tradizione genovese, la fanno le “squadre di canto” del Trallallero genovese, ed è una grande soddisfazione, un bel legame con la mia città. Ora ho ricominciato, anche perché credo che il suono debba essere “facile da pronunciare”, ed il dialetto ti aiuta molto, è pieno di parole tronche, il suono è tuo, familiare, in questo modo lo esprimi bene.
 

Ai tempi del prog che musica classica ascoltavate, per riuscire ad unirla così bene al rock?
Come New Trolls eravamo molto istintivi, ognuno ascoltava quello che voleva e quello che gli piaceva... io ho recuperato molto dopo la mia passione per i classici, nata grazie a mia madre che era pianista. La lirica ad esempio non mi piaceva, poi accadde un episodio particolare: da ragazzino ascoltavo un disco in cui una soprano cantava malissimo, e questo mi fornì un imprinting negativo, che soltanto dopo molti anni è stato superato, quando poi ho imparato a scoprire il genere.
 

Qual è il tuo rapporto con i Social media?
Ah, va malissimo, devo sempre demandare a qualcuno l'intero settore, perché mi sembra tempo perso che viene sottratto alla scrittura ed alla composizione; anzitutto non vedo perché si debba stare ore a rispondere a messaggi che magari durano decine risposte, quando con una telefonata risolvi subito la questione... quanto ai Social media, poi, arrivano persone terze a commentare cose scritte tempo fa... insomma, oggi non ne puoi fare a meno, ma in sé non mi attirano.
 

E sulla grande facilità tecnica di oggi riguardo al modo di registrare?
Noi una volta prima di entrare in uno studio di registrazione dovevamo pensarci molto bene, anche per i costi, e questo portava ad una scelta da fare a monte, su 30 scritti ne dovevamo fare 10, c'era una selezione forte, mentre ora è facilissimo registrare: li fanno tutti e 30, quindi ce ne saranno anche alcuni brutti, ed il risultato è un appiattimento totale; probabilmente in giro ci sono cose bellissime, ma sfuggono perché stanno nel mare del numero delle uscite giornaliere, ci vorrebbero 4 o 5 vite per ascoltarli tutti.
 

..e nei prossimi 50 anni?
Eh! Bella domanda... questo non è un punto di arrivo, è solo un momento, assolutamente... se devo scegliere, diciamo che approfondirò ancora gli strumenti.